Desire: Fermata n°2 – Jordan, Losey, Oshima

Desire - 7 Giugno

Lunedì 7 giugno la rassegna cinematografica Desire (Magical Mistery Movie Tour) giunge alla sua seconda fermata. Si comincia con il ciclo dedicato al British Touch: Mona Lisa, di Neil Jordan, pellicola del 1986 che racconta la discesa di un ex galeotto (Bob Hoskins) nei colorati inferi dei bassifondi londinesi. Subito dopo è l’ora di Messaggero d’amore, tra i più acclamati lavori del sodalizio tra il premio Nobel Harold Pinter e Joseph Losey.  A chiudere, per la tematica Gay in Revolt! la straordinaria interpretazione di David Bowie in Furyo di Nagisa Oshima, pellicola cult del 1983.

 

Ore 16.30 MONA LISA di Neil Jordan
Ore 19.00 MESSAGGERO D’AMORE di Joseph Losey
Ore 21.30 FURYO di Nagisa Oshima

Di seguito le trame e i trailer

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Desire – Fermata n.1 – Nouvelle Vague

Desire - 3 Giugno

Dalla collaborazione tra Lapsus, CinemaGenovaCentro e Cineteca D.W. Griffith, nasce la rassegna DESIRE (MAGICAL MISTERY MOVIE TOUR). Il primo appuntamento è Giovedì 3 Giugno, un omaggio al 50° anniversario della Nouvelle Vague.

Ore 18.30 L’ETA DIFFICILE di F. Truffaut (corto)
Ore 19.00 GLI ANNI IN TASCA di F. Truffaut
Ore 21.30 FINO ALL’ULTIMO RESPIRO di JL Godard

Di seguito le trame e i trailer

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Dieci e non più dieci

Editoriale apparso sul numero 4 di Lapsus. Acquistalo online!

coverdi Luigi Pesce

“Come ti sei ridotto così?”
“In due modi. A poco a poco e poi all’improvviso”
E. Hemingway, Fiesta



Gli ultimi dieci anni sono stati di buio, di nichilismo e di paura. Inaugurati dall’attacco alle Twin Towers, sviluppati intorno al perno del terrorismo (un nemico sarchiapone di cui non sappiamo nulla), culminati in una crisi economica senza precedenti e conclusi con l’amara constatazione di non aver saputo risolvere quasi nulla.
L’Occidente in crisi ha agito con brutalità e debolezza. Se da una parte, infatti, si è intrappolato in una guerra senza fine, vaga e approssimativa, dall’altra non ha saputo fornire ai suoi cittadini la progettualità di un futuro, l’incanto di un sogno possibile.
Ci prova oggi, con la sua antica abitudine alla mistificazione, l’America di Obama, primo leader nero della nazione più civilizzata e democratica del mondo. La sua elezione viene considerata come la risposta positiva e necessaria alle politiche bianche, colonialiste e petrolifere di George W. Bush. Laureato – come un bianco – alla Columbia University e poi ad Harvard, di padre keniota ma cresciuto nelle più prestigiose istituzioni del Paese, Obama ha permesso agli americani di fingersi meno razzisti e pronti ad affrontare la modernità.
Il suo sorriso perfetto e collaudato è diventato un sedativo per qualsiasi preoccupazione, il suo slogan, “Change”, il manifesto dei democratici di tutto il mondo. E poco importa se è terribilmente vago, vuoto e demagogico: cosa cambierà e come, ad un popolo affamato di simbologie patinate su cui ricamare storie, non importa affatto.
L’America culla il suo narcisismo credendo nella bellezza e nella giovinezza di un leader buono e giusto, capace di traghettare il Paese verso le coste dorate del benessere sociale ed economico. Risolve la complessità della realtà dividendo il globo terrestre in “buoni” e “cattivi” e si crede ancora il mondo migliore in cui vivere.
Gli americani non possono riconoscere che il loro benessere ha un enorme debito di riconoscenza nei confronti delle terribili architetture geopolitiche di Kissinger più che verso la glamour-politik dei Kennedy e non sono disposti a dubitare della bontà dell’amministrazione, né tanto meno a crederle necessariamente malvagie: l’illusione di bontà è, per l’Occidente addormentato, il fondamento stesso della democrazia che non può essere tradito in alcun modo.
E dunque si sorride con accondiscendenza se il Presidente innamorato bacia la moglie sul palco, si piangono lacrime vere se il loro figlioletto si ammala di polmonite, si crede ciecamente al fatto che il potere sia sempre  gestito nel bene di tutti e per tutti. E’ la vittoria della Disney in politica, è l’ultima frontiera del kitsch: quella deformazione della realtà necessaria per garantire l’ordine sociale. E’, infine, quell’appiattimento a plot televisivo così bene illustrato nel film “Wag the dog” e che l’Europa ha saputo assorbire con rapidità dai suoi cugini d’oltre Atlantico.
Questa è la democrazia, l’uso sapiente di come ammaestrare il consenso. E questa è la forza degli Stati Uniti: credere ciecamente al sogno americano proprio quando le circostanze rivelano tutta la sua fragilità, tutte le sue nevrosi.

In Italia le cose sono un po’ diverse. Noi abbiamo digerito verità (mai ufficialmente dichiarate) che riconoscono lo Stato come corrotto, inefficiente, coincidente – e non colluso – con la mafia, capace dei crimini più feroci, quali truffe, stragi e assassinii. Noi sappiamo – ed è un “sappiamo” pasoliniano – che lo Stato opera il male anche se persegue il bene. Noi sappiamo che lo Stato è colpevole e impunito. E che lo è per necessità, per natura stessa dell’amministrazione del potere. Leggi il resto di questo articolo »


Altrove

di Franz Krauspenhaar

Giovane pensi all’altrove come vita
diversa, all’altrove sei già, dentro,
con scarpe e cuore di gatto tigre,
pneumatico e dislessico, ferito
a morte dal sole e da parole cattive
di miserabili, di ansiosi di potere.

Ma che possono, loro, forse già
morti nelle loro casse di frutta,
ora che sei grande e ti stagioni
nei mesi, come albicocca in scatola
per fabbriche di dolci, all’altrove
rinunci. Non c’è, l’altrove, è una
scoperta recente, ma salda.

E’ una certezza. Sei così grande
per dimenticare ebbrezze e sogni
che vibravano come luci nei porti
ai quali mai più sei approdato.
Il tempo sempre più stringe
e vivi il minuto, fermo, immobile.

Nella testa hai in serbo altrove
e altrove, a metraggio, non subisci
attese ma scovi dal cassetto
degli altrove quello che fa, ora,
al caso del tuo sogno ininterrotto.

Ora o mai più. Ogni nuovo secondo
un altrove muore, un altro scende
per la gola, come l’acqua dissetante
la terra di un grembo, di puro amore,
parola fraterna e calda come altrove,
tutto da ricercarsi dentro, in attimi
che scorrono a te dentro, bimbo
cresciuto che non ha più paura.

Foto di Raphael Guarino (all rights reserved)


E’ in edicola Lapsus numero 5

 

Arriva finalmente nelle edicole Lapsus di primavera. Lo fa con un numero ricco di storie, racconti, volti, dibattiti e spunti di riflessione. Il titolo è “Lo Shampoo”.

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Da sabato 1 maggio, è in edicola il n°5 di Lapsus intitolato Lo shampoo. Il numero è di chiaro riferimento gaberiano e punta la sua lente di ingrandimento sulla diffusa narcolessia della società civile nei confronti delle piccole ambiguità e delle gigantesche anomalie di un’Italia mummificata.

L’antidoto, per Lapsus, è ancora una volta nelle parole.

Parole d’autore, come quelle di Giorgio Vasta. Lo scrittore palermitano, autore de Il Tempo materiale (Minimum fax, 2008) e in libreria a maggio con Spaesamento per i tipi di Laterza, si fa beffe di vizi, vezzi e perversioni della domenica italiana. Una zona franca, un “tempo di detenzione quieta” in cui anche i suicidi hanno una loro delicatezza.

“Che cosa succederebbe se i cristiani sostituissero ai crocifissi un’immagine del risorto?” È la domanda che si pone Tiziano Scarpa, a partire dalla provocazione della teologa Maria Caterina Jacobelli. Un’analisi lucida e meditata dell’ultimo Premio Strega rilegge i vangeli in chiave laica, tra Rembrandt e Maria Maddalena, tra Yves Klein e l’apostolo Giovanni. E giunge a una conclusione per certi versi spiazzante.

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L’oscuramento della Loggia di Palazzo Ducale

Firma anche tu per il ripristino del Loggiato!

TRA I FIRMATARI: SALVATORE SETTIS, EZIA GAVAZZA, GIOVANNA ROTONDI TERMINIELLO, GIUSEPPE MARCENARO

Loggia di palazzo ducale


di Luigi Pesce

Da molti anni l’amministrazione di Palazzo Ducale ha scelto come sede principale delle mostre d’arte il suo loggiato superiore. E’ una scelta che risale al 2004, anno della mostra sul Rubens e che ancora oggi prosegue ospitando le esposizioni d’arte più importanti della nostra città.

Per ampliare gli spazi espositivi si è costruito su tre lati un tamponamento a pochi centimetri dalle colonne del loggiato su cui si affacciano gli ambienti. Sono state coperte le volte con un controsoffitto piano in cartongesso per nascondere l’impianto di condizionamento e sono state occultate le nicchie, scoperte nel restauro, che costituiscono l’asse visuale del percorso.

Al momento dell’installazione la Soprintendenza non ha mosso un dito in proposito, anche perché sembrava trattarsi, in principio, di un allestimento del tutto temporaneo e legato esclusivamente alla mostra sul Rubens.

Trascorsi ben sei anni da quella esposizione, l’ipotesi di rimozione non esiste neppure, tutti si guardano bene di parlarne e la Soprintendenza prosegue nel suo imbarazzante silenzio che, vogliamo sperare, non costituisca un assenso a tale mostruosità.

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20 Aprile 1889

di Tommaso Gazzolo

Quando il 23 Aprile del 1945 i russi iniziarono i combattimenti entro Berlino, facendosi largo strada per strada, iniziò a circolare tra i tedeschi una simpatica storiella: “Finalmente me ne vado in vacanza…ho deciso: faccio un giro per tutta la nostra Grande Germania…” “…Ah. E nel pomeriggio che fai?”

Come nel Curious Case of Benjamin Button, racconto dai toni oscuramente scanzonati, trilli e rintocchetti di guerra e spensieratezza, ho visto nascere oggi, con i miei occhi, un vecchietto di 120 anni, dalla maschera lunare nascosta dietro gli occhi bianchi. Se ne stava nella sua culla, mangiando stancamente due foglie di insalata, dal sapore aspro del cianuro, sotto un paio di baffetti bianchi di seconda mano. Un cane riposava ai suoi piedi.

Che stranezza…e pensare che l’ho rivisto, un minuto dopo, ringiovanito di almeno vent’anni, che mi fissava dall’oblò di un aeroplano che volava nel cielo piovoso, volava verso il Sud America, in un luogo messianico chiamato San Cristobal. Portava occhiali da sole a specchio, che nascondevano i solchi profondi del viso da centenne. Ha salutato con la mano tremante.

Certo era sempre lui, poco più che sessantenne, che beveva, da solo, una tazza di the nel caffè all’aperto sotto il mio ufficio. Due pasticcini. Ed era indubitabilmente lui, anche se i capelli si erano fatti più folti e neri, quel quarantenne in completo scuro che usciva dal Tribunale, salutando con un cenno del capo le guardie e salendo su un’automobile di lusso, con un cappellaccio in una mano. Poi è sparito. Però assomigliava moltissimo a quell’allampanato gangster, con una pistola in tasca, che suonava il pianoforte nella casa accanto alla mia, tutte le sere per una settimana. Quando incontrò la mia fidanzata per le scale del palazzo, s’affrettò ad inchinarsi e sfiorarle la mano con le labbra: “enchanté…” disse. Leggi il resto di questo articolo »


Firenze

di Tommaso Gazzolo

 

“Una lunga pace non produce soltanto snervamento, ma consente il sorgere di una gran massa di esistenze stentate, miserabili e paurose, che senza di essa non sorgerebbero e che si aggrappano poi all’esistenza con alte strida sul loro «diritto» (…)” (J.Burckhardt, Considerazioni sulla storia universale)

Correndo per mano ad Ilaria, sotto una terribile pioggia entriamo a Santa Croce. Ma noi due soli, conosciamo un nostro sole e le nostre stelle (Eneide, VI, 641).

Le grandi piogge italiane del Rinascimento hanno sempre accompagnato l’intima decadenza delle città, la loro separazione dall’eros, l’esaurirsi della vita: poi, è ben vero, che un piccolo urto esterno è sufficiente per metter fine a tutto.

Alla tomba di Machiavelli, che un gentiluomo inglese mi ha indicato dopo due secoli e mezzo, ritrovo la mia terra, e non penso più alla vita mondana. Ma non è che un istante, questo sentire ancora, tra le mani, il nostro potere, che su Firenze ritorna l’indicibile sereno del giorno, a riportare il populace dentro la chiesa, sicuro, ché le nuvole si sono diradate. Questa pace dura da troppo tempo. Questa pace ha reso agli schiavi la più grave tragedia: quella di perdere la loro coscienza servile.

Senza tale coscienza, ora muoiono senza nome, muoiono senza morte. Se il giogo che lega il padrone allo schiavo è spezzato, la verità passerà immediatamente su quest’ultimo, che non è in grado di sopportarne il peso. Solo dominato dalla potenza, il nulla del mondo può essere accettato: la vertigine di una libertà che offenda, finalmente, la natura, non è cosa che di signori.

Solo riconoscendo i loro padroni i servi potranno trattenere il dileguare; occorre che qualcuno tenga a freno e formi il mondo.

I nostri moderni «diritti», nella loro universalità, hanno sradicato l’unica relazione che consente di impedire che il potere, in sé sempre feroce in quanto naturale, dilegui nella propria insaziabilità. Soltanto una razza di padroni, creata dal terrore, impedisce il continuo mutamento, perché è la razza che sa non distaccarsi dal mondo. Lo schiavo deve trascendere continuamente, asservendosi: solo così rende alla propria vita e alla propria morte un significato.

Lo schiavo non ricorda più, ora, il sacrificio che il padrone ha compiuto per i suoi servi: egli ha accettato leggi la cui giustizia e saggezza sono inferiori a lui, ha accettato, cioè, per amore dei suoi cuccioli, un ordine della vita che egli sa falso e ingiusto. Il padrone rinuncia all’immediatezza violenta, per consentire allo schiavo di lavorare gli oggetti del mondo, e così sopravvivere.

Questa lunga pace, ha fatto dimenticare che la schiavitù è prima un diritto dello schiavo stesso, che non un suo dovere nei confronti del signore. Ha così capovolto lo stesso diritto borghese: lo schiavo si è percepito come obbligato. Di qui il suo imprudente trionfo in nome dei diritti, in cui ha perduto la propria coscienza..

A noi resta il segreto, duale, che vi sono solo schiavi.

Li vedi, questi schiavi liberati: non ti desiderano neppure, hanno solo appetito. Un ragazzetto cerca dentro un armadio un odore meno intollerabile di quello che ora, dopo aver strappato il cuore di Machiavelli, si vendica nella sua stanza: il cuore sanguina, ed egli non riesce a trattenere tra le mani la materia esausta, che gli cola fino a terra.

Chi non sappia rendersi conto di tre millenni, scrive Goethe, resti nell’oscurità, inesperto, e viva sempre alla giornata.


Lapsus incontra Errico Buonanno

 

 

Venerdì 2 aprile alle ore 18 alla libreria Assolibro (via San Luca 58) Lapsus presenterà Sarà vero di Errico Buonanno (Einaudi, 2009). Un’occasione importante per conoscere un autore che per gli standard della letteratura italiana può essere considerato una specie di enfant prodige. Nato a Roma nel 1979, autore di testi teatrali e sceneggiature, editor di letteratura italiana e collaboratore de “Il Riformista”, Errico Buonanno esordisce nel 2003 con il romanzo Piccola Serenata Notturna, con cui vince il premio Calvino e il premio Kihlgren. Per Aliberti, nel 2005 ha scritto Partita doppia insieme a Gianni Farinetti. Seguirà nel 2007 per i tipi di Einaudi L’Accademia Pessoa, un intrigo letterario che ruota attorno a un misterioso capitolo inedito dei Promessi Sposi.

Per questa sua ultima fatica, Buonanno ha messo da parte il sulfureo territorio della letteratura per irrompere in uno altrettanto affascinante e oscuro, quello della storia. Lo ha fatto partendo da millenni di imposture, complotti, bufale, in nome dei quali si sono mossi gli eserciti, si sono organizzate spedizioni, promosso editti e teorizzati complotti. Dal favoloso Prete Gianni ai Rosacroce, dalla nascita della massoneria ai cavalieri Templari, passando per il Santo Graal e i celebri protocolli dei Savi di Sion, l’autore prende in esame i misteri più oscuri e controversi della storia europea dal medioevo a oggi e li scompone uno a uno, disinnescando il loro potere persuasivo.

 

Sarà vero. La menzogna al potere: falsi, menzogne e bufale che hanno fatto la  storia.

Errico Buonanno

2009, 363 pp., Einaudi, Stile Libero extra

 


Busi contro il neo-analfabetismo

di Nicola Lagioia

Questa sera andrà in onda su Rai Due la quinta puntata dell’«Isola dei Famosi», la prima senza Aldo Busi, neanche in studio, a meno di un’indulgenza plenaria emersa all’ultimo momento dalle acquasantiere della Rai.
Come è noto, nei giorni scorsi la tv di stato ha disposto – unendo destra e sinistra nell’unica perversione incoraggiata bipartisan, e cioè l’incesto tra potere e ipocrisia – di bandire da ogni trasmissione delle proprie reti l’autore di Seminario sulla gioventù e di quell’altra trentina di libri che dovrebbero al contrario rappresentare un salvacondotto privilegiato per l’accesso al dibattito pubblico. Ma a ben vedere, la presenza di Busi al reality (il cui vertice sta proprio nella sparata in cui la cecità dei censori ha visto offese al papa e al presidente del consiglio) è stata una cartina di tornasole capace di rivelarci a che punto è la notte del vero scontro di civiltà in atto da tre lustri in Italia. Due opposte specie antropologiche si contendono il dominio della penisola. Non cristiani contro mussulmani e non toghe rosse contro partiti dell’amore, ma coloro che affidano i propri argomenti alla corretta articolazione del linguaggio, al sillogismo, persino al paradosso – che del linguaggio è una delle possibili declinazioni – partendo dalla convinzione che un patrimonio condiviso esista (per esempio la voltaireana difesa della libera espressione delle opinioni con cui siamo in disaccordo), e quelli che al contrario usano le parole come altrettante onomatopee dell’anima, e cioè abbandonando nell’indistinto oceano della cieca, bruta e in fin dei conti violenta emozionalità (la propria) quei feti adulti di opinioni che sono gli istinti, e ai quali solo l’incubatrice del linguaggio può sperare di donare l’adultità della vita civile. Leggi il resto di questo articolo »