di Tommaso Gazzolo

“Una lunga pace non produce soltanto snervamento, ma consente il sorgere di una gran massa di esistenze stentate, miserabili e paurose, che senza di essa non sorgerebbero e che si aggrappano poi all’esistenza con alte strida sul loro «diritto» (…)” (J.Burckhardt, Considerazioni sulla storia universale)
Correndo per mano ad Ilaria, sotto una terribile pioggia entriamo a Santa Croce. Ma noi due soli, conosciamo un nostro sole e le nostre stelle (Eneide, VI, 641).
Le grandi piogge italiane del Rinascimento hanno sempre accompagnato l’intima decadenza delle città, la loro separazione dall’eros, l’esaurirsi della vita: poi, è ben vero, che un piccolo urto esterno è sufficiente per metter fine a tutto.
Alla tomba di Machiavelli, che un gentiluomo inglese mi ha indicato dopo due secoli e mezzo, ritrovo la mia terra, e non penso più alla vita mondana. Ma non è che un istante, questo sentire ancora, tra le mani, il nostro potere, che su Firenze ritorna l’indicibile sereno del giorno, a riportare il populace dentro la chiesa, sicuro, ché le nuvole si sono diradate. Questa pace dura da troppo tempo. Questa pace ha reso agli schiavi la più grave tragedia: quella di perdere la loro coscienza servile.
Senza tale coscienza, ora muoiono senza nome, muoiono senza morte. Se il giogo che lega il padrone allo schiavo è spezzato, la verità passerà immediatamente su quest’ultimo, che non è in grado di sopportarne il peso. Solo dominato dalla potenza, il nulla del mondo può essere accettato: la vertigine di una libertà che offenda, finalmente, la natura, non è cosa che di signori.
Solo riconoscendo i loro padroni i servi potranno trattenere il dileguare; occorre che qualcuno tenga a freno e formi il mondo.
I nostri moderni «diritti», nella loro universalità, hanno sradicato l’unica relazione che consente di impedire che il potere, in sé sempre feroce in quanto naturale, dilegui nella propria insaziabilità. Soltanto una razza di padroni, creata dal terrore, impedisce il continuo mutamento, perché è la razza che sa non distaccarsi dal mondo. Lo schiavo deve trascendere continuamente, asservendosi: solo così rende alla propria vita e alla propria morte un significato.
Lo schiavo non ricorda più, ora, il sacrificio che il padrone ha compiuto per i suoi servi: egli ha accettato leggi la cui giustizia e saggezza sono inferiori a lui, ha accettato, cioè, per amore dei suoi cuccioli, un ordine della vita che egli sa falso e ingiusto. Il padrone rinuncia all’immediatezza violenta, per consentire allo schiavo di lavorare gli oggetti del mondo, e così sopravvivere.
Questa lunga pace, ha fatto dimenticare che la schiavitù è prima un diritto dello schiavo stesso, che non un suo dovere nei confronti del signore. Ha così capovolto lo stesso diritto borghese: lo schiavo si è percepito come obbligato. Di qui il suo imprudente trionfo in nome dei diritti, in cui ha perduto la propria coscienza..
A noi resta il segreto, duale, che vi sono solo schiavi.
Li vedi, questi schiavi liberati: non ti desiderano neppure, hanno solo appetito. Un ragazzetto cerca dentro un armadio un odore meno intollerabile di quello che ora, dopo aver strappato il cuore di Machiavelli, si vendica nella sua stanza: il cuore sanguina, ed egli non riesce a trattenere tra le mani la materia esausta, che gli cola fino a terra.
Chi non sappia rendersi conto di tre millenni, scrive Goethe, resti nell’oscurità, inesperto, e viva sempre alla giornata.