Archivi per la categoria ‘eccelapsus.com’


L’onestà senza talento di Max Pezzali (come Morandi ma senza far sesso)

di Luigi Pesce

L’esasperazione del giovanilismo del Pezzali, che sogna le strade sterminate dell’America a bordo della sua moto fallica gialla e nera, è la scopiazzatura del mito di Easy Rider senza averne la drammaticità esistenziale. E’ il calco di un mito inflaccidito che si rifugia in Autogrill (ben al riparo dalla strada) per ingozzarsi gaiamente con gli amici di birra e Camogli.

Il Pezzali ha una voce che sembra filtrata dal tubo di scappamento di una motoretta scalcagnata (anche se lui preferirebbe che fosse una ganzissima Harley Davidson). Possiede il discretissimo fascino di un ragazzo che ti porta le pizze a casa e lo stesso carisma di una mozzarella lasciata troppo a lungo fuori dal frigorifero: grassoccio, sembra che, da un momento all’altro, la sua fronte enorme possa trasudare latte. Scrive, con indefessa costanza, canzoncine ridicole da quasi vent’anni, si veste come fosse un personaggio di Beside School e – non si capisce come – non ha mai imparato a contare le sillabe per far stare una parola in una melodia. Leggi il resto di questo articolo »


Ci sono molti modi per dire: “sono gay”, ovvero Alessandro Cecchi Paone, l’Achille dell’Oltretevere

 

 

“Ho la sindrome di Alessandro Magno. Che era un uomo virile, un guerriero forte, che ha amato molte donne e ha avuto una grande passione per sua moglie Rossane. Però, in certi momenti, la guerra soprattutto, il viaggio, le grandi tenzoni, aveva bisogno di avere intorno a sè, più che Rossane, gli amici di infanzia, quelli che diventeranno i suoi generali. In particolare Efestione. Con loro viveva una dimensione affettiva tutta maschile. Io, che conosco l’omoafettività, in battaglia sento il bisogno di avere il mio compagno d’armi come Achille con Patroclo”.

 

Alessandro Cecchi Paone,

nel corso di un’intervista rilasciata al settimanale “Vanity Fair”


Uccidete Ligabue prima che lui uccida Voi (apologia di reato)

 

di Luigi Pesce

Luciano Ligabue. Ecco un buon nome per cui valga la pena spendere due cattive parole. Non so cosa ne pensiate voi, ma a me ha sempre puzzato di morto l’ostentazione forzata della sua falsa incazzatura per le ingiustizie del mondo. Ora vi dirò subito quello che penso, senza troppi giri di parole: Ligabue è un vanesio furbacchione che spaccia per rock le sue melodie cantilenanti. Parliamoci chiaro: il suo machismo da balera e i suoi rantoli catarrali al microfono vorrebbero essere rock? Insomma si può essere in buona fede ed avere una visione così stereotipata del rock? Davvero basta mettersi addosso dei pantaloni di pelle nera, delle scarpe pitonate e fare un po’ di scoregge con la bocca per diventare come Jim Morrison? Io dico di no, lui dice di si. Vedete un po’ voi.

Ma c’è di più. Se da una parte Ligabue cerca di essere sempre on the road farcendo le sue canzoni di parolacce, di “odori del sesso” (che manco Tom Jones, vero pappone d’altri tempi), di fighettosi giovanilismi come happy hour, dall’altra ha la pretesa di parlare ai nostri cuori. E con un’ambizione davvero fastidiosa vuole parlarci sempre di temi profondi: la corruzione del mondo, le ingiustizie sociali, le discriminazioni razziali (e sai che novità da Woody Guthrie in avanti). Poco importa se lo fa con la superficialità di un temino da liceale, con la profondità artistica di una pozzanghera d’acqua sporca. E’ come se un pezzetto di Bono Vox e del suo detestabile impegno per le buone cause, fosse germogliato in Emilia e fosse diventato una pianta grassa che confeziona testi ad uso e consumo di una folla immensa di quindicenni deficienti.

E se ha successo, in questo Paese di ottenebrati, è perché l’Italia è ancora troppo affollata di infelici professoresse delle medie che hanno per American dream il pomiciare con un tipo come lui in una macchina parcheggiata in un Autogrill: lui sudato in jeans scuciti e loro aggrappate al rosario appeso allo specchietto retrovisore. Leggi il resto di questo articolo »


Dancing with Clementina

 

di Lorenzo Tosa

nerocorvo

Il giorno in cui l’hanno arrestata, Julieta ha passato l’intera mattinata tentando di comunicare con il suo parrocchetto renitente. Due valigie colme di vestiti riposavano sulla soglia. Il commissario dai favoriti d’oro le ha fatto solo due domande: “mi fa un caffè?” / “è in partenza?”. Poi ha estratto una foto dalla tasca del suo duvet burocratico. “Abbiamo ragioni per credere che questa vespa le appartenga”. “Vado a Roma”. Il caffè è salito. Nerocorvo.

clementina

Julieta non ha avuto dubbi, mentre rovesciava due cucchiaini di zucchero di canna nella tazzina del commissario. “Ha dodici anni. Si chiama Clementina!”. Il parrocchetto è volato fuori dalla gabbia e non si è più visto. Il commissario non lo ha trovato un momento ragionevole per impietosirsi. “E’ accusata dell’omicidio del professor Dardanelli” ha detto, mentre leggeva il suo fondo di caffè. “E dell’occultamento del cadavere”. Julieta faceva la posta alla finestra, soffiando aria dentro un organetto smunto. “Non si preoccupi, commissario, lo fa spesso,” ha detto, “ma al suono dell’armonica torna sempre nella sua gabbietta”.

eteroconvinta

Un sole alto e freddo, con certi guizzi inattesi, ha accompagnato Gianna e Julieta in vespa per i vicoli del centro storico e le ha lasciate solo in cima a via Cairoli, quando sono entrate in rosticceria per comprare del pollo ruspante. Lei, trentenne lesbica, parzialmente naturista, gira la riviera con mercatini etnici sul retro di un Fiorino, futuro esemplare maschio di contrabbando, l’altra nata settimina al Gaslini da genitori esuberanti, in attesa di discutere la tesi sull’etica della contaminazione in Pasolini, è sempre stata eteroconvinta, ma tra i propositi degli ultimi sessantadue giorni c’è anche quello di ridiscutere il proprio orientamento in materia.

Leggi il resto di questo articolo »


Aspettando in Piazza Fontane Marose

di Luigi Pesce

Arrivo puntuale all’appuntamento in piazza Fontane Marose mentre il sole sta calando oltre la fragile diga dei palazzi dell’aristocrazia genovese.  “Mi creda, non reggeranno al nuovo anno”  sembra sospirare al mondo il beffardo venditore di ombrelli senegalese mentre illustra la robustezza dei suoi articoli ad una signora in permamente zafferano. Mi viene in mente Tommaso, sul suo grande terrazzo, che punta il cannocchiale di ottone sulla folla distante e tenta, con quello, di fucilare i suoi nemici. Stringe in mano la saccoccia in cuoio piena di polvere da sparo e cerca disperatamente il grilletto sul suo cannocchiale. Poi, con occhi bambini, corre nella sua cameretta (che già fu un porto, che già fu un bunker) e si consola annotando sulla sua lavagnetta napoleonica il conto dei prossimi caduti. Pensieri estivi… quando si pensa a Tommaso significa che è arrivata l’estate ed è tempo di scappare. Riprendo a fumare. Certo, se il professore fosse puntuale…  non penserei a Tommaso e ai suoi teoremi di sterminio di massa. Se il professore fosse puntuale, saremmo in due contro tutti. Leggi il resto di questo articolo »


Il lato oscuro di Dickens, fortunatissimo arrampicatore sociale.

di Luigi Pesce

Se si andasse un po’ più in profondità nei complessi intrecci tra narrativa, critica e pubblico, ci si accorgerebbe di come le idee dominanti siano spesso e volentieri mostruose deformazioni della realtà. E’ il caso di Oscar Wilde, il cui brillante umorismo (che tanto piace alle ragazzine semi-colte di oggi) e il suo teatrale processo per sodomia, sono stati fatti coincidere, dalla critica del ‘900, con la convinzione che le sue idee politiche fossero su posizioni docilmente socialiste, quando invece Wilde fu, a tutti gli effetti, uno tra gli scrittori più reazionari dell’Inghilterra vittoriana. E’ il caso dell’ingiusto ostracismo subito da Celine, autore tra i più dotati e visionari del secolo scorso, che pagò il prezzo del suo antisemitismo con la messa all’indice di tutti i suoi libri e con una damnatio memoriae che lo condusse ad una vita di stenti. E’ anche il caso, per tenerci sempre lontani dal contemporaneo, di Charles J. H. Dickens, riconosciuto all’unanimità come il più talentuoso narratore inglese degli ultimi due secoli e spacciato, in virtù di un esame superficiale della sua biografia, come strenuo difensore dei diritti dei minori e fremente sostenitore delle riforme sociali.

E’ certo vero che Charles Dickens, appena dodicenne, venne costretto dalle precarie condizioni economiche della famiglia a lavorare per dodici ore al giorno nell’industria di vernici di James Lamert, infaustamente situata al n°30 di Hungerford Stairs (“Scala della fame”). Ed è altrettanto vero che tratti di quell’esperienza infantile diedero completezza al David Copperfield, consegnando ai lettori un ritratto vivo e realista della vita dei bambini nell’industria inglese del 1800. Ma, se si scava un po’ nella biografia dell’autore, si scopre che il piccolo Dickens non fu affatto vittima del sadismo di quella società industriale. Leggi il resto di questo articolo »


Dieci e non più dieci

Editoriale apparso sul numero 4 di Lapsus. Acquistalo online!

coverdi Luigi Pesce

“Come ti sei ridotto così?”
“In due modi. A poco a poco e poi all’improvviso”
E. Hemingway, Fiesta



Gli ultimi dieci anni sono stati di buio, di nichilismo e di paura. Inaugurati dall’attacco alle Twin Towers, sviluppati intorno al perno del terrorismo (un nemico sarchiapone di cui non sappiamo nulla), culminati in una crisi economica senza precedenti e conclusi con l’amara constatazione di non aver saputo risolvere quasi nulla.
L’Occidente in crisi ha agito con brutalità e debolezza. Se da una parte, infatti, si è intrappolato in una guerra senza fine, vaga e approssimativa, dall’altra non ha saputo fornire ai suoi cittadini la progettualità di un futuro, l’incanto di un sogno possibile.
Ci prova oggi, con la sua antica abitudine alla mistificazione, l’America di Obama, primo leader nero della nazione più civilizzata e democratica del mondo. La sua elezione viene considerata come la risposta positiva e necessaria alle politiche bianche, colonialiste e petrolifere di George W. Bush. Laureato – come un bianco – alla Columbia University e poi ad Harvard, di padre keniota ma cresciuto nelle più prestigiose istituzioni del Paese, Obama ha permesso agli americani di fingersi meno razzisti e pronti ad affrontare la modernità.
Il suo sorriso perfetto e collaudato è diventato un sedativo per qualsiasi preoccupazione, il suo slogan, “Change”, il manifesto dei democratici di tutto il mondo. E poco importa se è terribilmente vago, vuoto e demagogico: cosa cambierà e come, ad un popolo affamato di simbologie patinate su cui ricamare storie, non importa affatto.
L’America culla il suo narcisismo credendo nella bellezza e nella giovinezza di un leader buono e giusto, capace di traghettare il Paese verso le coste dorate del benessere sociale ed economico. Risolve la complessità della realtà dividendo il globo terrestre in “buoni” e “cattivi” e si crede ancora il mondo migliore in cui vivere.
Gli americani non possono riconoscere che il loro benessere ha un enorme debito di riconoscenza nei confronti delle terribili architetture geopolitiche di Kissinger più che verso la glamour-politik dei Kennedy e non sono disposti a dubitare della bontà dell’amministrazione, né tanto meno a crederle necessariamente malvagie: l’illusione di bontà è, per l’Occidente addormentato, il fondamento stesso della democrazia che non può essere tradito in alcun modo.
E dunque si sorride con accondiscendenza se il Presidente innamorato bacia la moglie sul palco, si piangono lacrime vere se il loro figlioletto si ammala di polmonite, si crede ciecamente al fatto che il potere sia sempre  gestito nel bene di tutti e per tutti. E’ la vittoria della Disney in politica, è l’ultima frontiera del kitsch: quella deformazione della realtà necessaria per garantire l’ordine sociale. E’, infine, quell’appiattimento a plot televisivo così bene illustrato nel film “Wag the dog” e che l’Europa ha saputo assorbire con rapidità dai suoi cugini d’oltre Atlantico.
Questa è la democrazia, l’uso sapiente di come ammaestrare il consenso. E questa è la forza degli Stati Uniti: credere ciecamente al sogno americano proprio quando le circostanze rivelano tutta la sua fragilità, tutte le sue nevrosi.

In Italia le cose sono un po’ diverse. Noi abbiamo digerito verità (mai ufficialmente dichiarate) che riconoscono lo Stato come corrotto, inefficiente, coincidente – e non colluso – con la mafia, capace dei crimini più feroci, quali truffe, stragi e assassinii. Noi sappiamo – ed è un “sappiamo” pasoliniano – che lo Stato opera il male anche se persegue il bene. Noi sappiamo che lo Stato è colpevole e impunito. E che lo è per necessità, per natura stessa dell’amministrazione del potere. Leggi il resto di questo articolo »


Altrove

di Franz Krauspenhaar

Giovane pensi all’altrove come vita
diversa, all’altrove sei già, dentro,
con scarpe e cuore di gatto tigre,
pneumatico e dislessico, ferito
a morte dal sole e da parole cattive
di miserabili, di ansiosi di potere.

Ma che possono, loro, forse già
morti nelle loro casse di frutta,
ora che sei grande e ti stagioni
nei mesi, come albicocca in scatola
per fabbriche di dolci, all’altrove
rinunci. Non c’è, l’altrove, è una
scoperta recente, ma salda.

E’ una certezza. Sei così grande
per dimenticare ebbrezze e sogni
che vibravano come luci nei porti
ai quali mai più sei approdato.
Il tempo sempre più stringe
e vivi il minuto, fermo, immobile.

Nella testa hai in serbo altrove
e altrove, a metraggio, non subisci
attese ma scovi dal cassetto
degli altrove quello che fa, ora,
al caso del tuo sogno ininterrotto.

Ora o mai più. Ogni nuovo secondo
un altrove muore, un altro scende
per la gola, come l’acqua dissetante
la terra di un grembo, di puro amore,
parola fraterna e calda come altrove,
tutto da ricercarsi dentro, in attimi
che scorrono a te dentro, bimbo
cresciuto che non ha più paura.

Foto di Raphael Guarino (all rights reserved)


E’ in edicola Lapsus numero 5

 

Arriva finalmente nelle edicole Lapsus di primavera. Lo fa con un numero ricco di storie, racconti, volti, dibattiti e spunti di riflessione. Il titolo è “Lo Shampoo”.

number005-cover

 

Da sabato 1 maggio, è in edicola il n°5 di Lapsus intitolato Lo shampoo. Il numero è di chiaro riferimento gaberiano e punta la sua lente di ingrandimento sulla diffusa narcolessia della società civile nei confronti delle piccole ambiguità e delle gigantesche anomalie di un’Italia mummificata.

L’antidoto, per Lapsus, è ancora una volta nelle parole.

Parole d’autore, come quelle di Giorgio Vasta. Lo scrittore palermitano, autore de Il Tempo materiale (Minimum fax, 2008) e in libreria a maggio con Spaesamento per i tipi di Laterza, si fa beffe di vizi, vezzi e perversioni della domenica italiana. Una zona franca, un “tempo di detenzione quieta” in cui anche i suicidi hanno una loro delicatezza.

“Che cosa succederebbe se i cristiani sostituissero ai crocifissi un’immagine del risorto?” È la domanda che si pone Tiziano Scarpa, a partire dalla provocazione della teologa Maria Caterina Jacobelli. Un’analisi lucida e meditata dell’ultimo Premio Strega rilegge i vangeli in chiave laica, tra Rembrandt e Maria Maddalena, tra Yves Klein e l’apostolo Giovanni. E giunge a una conclusione per certi versi spiazzante.

Leggi il resto di questo articolo »


L’oscuramento della Loggia di Palazzo Ducale

Firma anche tu per il ripristino del Loggiato!

TRA I FIRMATARI: SALVATORE SETTIS, EZIA GAVAZZA, GIOVANNA ROTONDI TERMINIELLO, GIUSEPPE MARCENARO

Loggia di palazzo ducale


di Luigi Pesce

Da molti anni l’amministrazione di Palazzo Ducale ha scelto come sede principale delle mostre d’arte il suo loggiato superiore. E’ una scelta che risale al 2004, anno della mostra sul Rubens e che ancora oggi prosegue ospitando le esposizioni d’arte più importanti della nostra città.

Per ampliare gli spazi espositivi si è costruito su tre lati un tamponamento a pochi centimetri dalle colonne del loggiato su cui si affacciano gli ambienti. Sono state coperte le volte con un controsoffitto piano in cartongesso per nascondere l’impianto di condizionamento e sono state occultate le nicchie, scoperte nel restauro, che costituiscono l’asse visuale del percorso.

Al momento dell’installazione la Soprintendenza non ha mosso un dito in proposito, anche perché sembrava trattarsi, in principio, di un allestimento del tutto temporaneo e legato esclusivamente alla mostra sul Rubens.

Trascorsi ben sei anni da quella esposizione, l’ipotesi di rimozione non esiste neppure, tutti si guardano bene di parlarne e la Soprintendenza prosegue nel suo imbarazzante silenzio che, vogliamo sperare, non costituisca un assenso a tale mostruosità.

Leggi il resto di questo articolo »