Il piccolo principe, la mezza-marocchina e il culo della Lo: cronaca di un Festival

festival

di Paolo Becchi (e Lapsus)

E diciamolo subito, non è stato un gran Festival”. Il professor Becchi è il primo a commentare a caldo la chiusura sanremese: ore 00.44, nel salotto di casa sua, dove in mezzo agli infiniti libri e al caffè brasiliano (che lì, all’ultimo piano del palazzo a due passi dall’Università, dà quel tocco di esotismo “un po’ così”, alla genovese) ci siamo riuniti per il Festival, il gran varietà della canzone italiana. A noi normanni, in casa Becchi si serve calvados. Il Valpolceverino Becchi, barba e camicia bianca, legge un vecchio volume di poesie shakespeariane, ma non si perde una canzone, dietro al fumo del suo sigaro toscano. E poi Cassano, con l’Inter, resterà ancora una volta in tribuna, e questo non gli va proprio giù. Poi ci siamo noi altri di Lapsus, sempre distratti, che siamo tutti convinti che il prossimo cantante in gara, stasera, sarà quella giovane promessa che si chiama Luigi Tenco. La Clerici ci smentisce subito: “…di Ghinazzi, Filiberto e Ghinazzi, «Italia Amore Mio». Cantano Pupo, Emanuele Filiberto e Luca Canonici”. Mah… “Filiberto è il cognome?”, domanda il nostro addetto alle relazioni con la stampa. Luigi Pesce propone di controllare sull’elenco telefonico del Regno d’Italia. Arriva, un po’ in ritardo, anche Tommaso Gazzolo: sorride sedendosi accanto ad un poster di Walter Benjamin. Ha preso l’ascensore di Castelletto, per venire qui stasera. Si dice che lui e Becchi si siano conosciuti tramite un professore di Monterosso, convinto che il Grande Inquisitore abbia fatto bene a far bruciare Gesù Cristo. Ma nessuno osa domandare. Gianmaria Patrone segue il varietà in improvvisato collegamento video-telefonico da Parigi, in cappotto.

Entrano in scena la figlia di Zucchero Fornaciari (figlia dell’Adelmo che, evidentemente, non è stato salvato né dallo stress né dall’azione cattolica) con tanto di Nomadi che, in barba a Noi non ci saremo, ci sono, invece, ancora, anche nell’età postnucleare. Becchi curva le sopracciglia e si fa nostalgico: “A me che, diamine, ho pressappoco l’età del Festival, piacevano di più i Nomadi che cantavano, fuori festival, Dio è morto. Cos’è questa lagna sul mondo che piange?”. Non c’è dubbio, il mondo piange, e con esso gli spettatori. Pausa caffè nella saga del politicamente corretto, Malika Ayane premio della critica: avrebbe vinto anche quello del pubblico, se, invece che solo per metà, fosse stata per l’intero marocchina. Nessuno capisce che Povia sta cantando una canzone dedicata ad Eluana (e chi ha capito, si guarda bene dal confessarlo al Becchi autore de Il caso Englaro, per non scatenarne l’ira funesta). Ma, quando spunta fuori anche Masini a duettare con lui, ed una bimbetta ballerina che finge di volare dopo che le si è staccato il sondino per l’alimentazione (la macabra danza della morte che non ti aspetti, sul palco dell’Ariston), nessuno ha più dubbi: c’è Masini dietro tutto questo, lui e la sua sfiga. L’unico, autenticamente diverso, identitario fino in fondo è Nino D’Angelo. Ma l’eterno guappo che canta e decanta il dolore che sta ‘ndentro al cuore, il mare coi suoi golfi gonfi di pesci, l’umanità e la sub-umanità tutta, stasera si accorge di aver perso per sempre. Allora bacia il santino delle gambe di Sophia Loren mentre fa le valigie per tornarsene a Napoli. Grande Replica, a furor di popolo: Filiberto e il Pupo. La favola televisiva di un principe diseredato che, almeno per una notte, potrebbe essere incoronato reuccio di Sanremo. In tempi di repubblica ormai giunta al capolinea, il principe sobriamente rivendica non il trono, ma “la mia cultura”. Qualcuno suggerisce che sia più facile si riprenda il trono, piuttosto che una licenza elementare. In corso d’opera, nel laboratorio Ghinazzi, ci si è resi conto che, in effetti, un’operetta in salsa sabauda era un po’ troppo persino per Sanremo; ci ha pensato Marcello Lippi, allora, a far diventare la canzone, con un vecchio coup de théâtre, un più innocuo inno alla Nazionale di calcio. “Ma che cavolo c’entra la nazionale di calcio con la monarchia sabauda?”, protesta il Becchi, risentito dalla mancata convocazione di quel Cassano! Cassano! che la platea urla disperata. Questo è il busillis che resta da spiegare. Lippi atto secondo: dio, patria, famiglia e Cannavaro (che qualcuno di noi, in un momento di confusione storiografica, confonde per Almirante). Pubblicità: l’orangotango si stordisce sostituendo al Crodino il gigantesco Martini dove Dita Von Teese si è meravigliosamente spogliata. In diretta da Parigi, Patrone cucina due omelettes au fromage périmé, canticchiando Sarkonò, Sarkosi.

Meglio di Lippi, fa Adionilla Pizzi, 16 Aprile 1919 (classe di ferro che non teme la ruggine). Accompagnata da due giganteschi boys, si lancia in un avanguardistico monologo fatto di non-sense e frizzi e lazzi e volacolombavola (in versione allegra con brio, con variazioni deliziose di cui parte del merito va anche al nuovo paroliere, il maestro Alois Alzheimer). Non manca, perché così vuole una Nazione civile, attenta e consapevole di sé, il momento della politica e del sociale: Maurizio Costanzo presenta – Venghino, Siore o Siori, Venghino! - l’ultimo numero de “I Tre Operai Fiat”: il Signor Calogero salta nel cerchio di fuoco, olè olè, la Signora balla il valzer con un orso in cassa integrazione e, infine, come ogni spettacolo che si rispetti, il prestigiatore coinvolge il pubblico: “Chi viene su dal pubblico, Siore e Siori?” Ma certo, Bersani e Scajola: fischi, urla, ricchi premi e cotillons (più tardi, tutto viene ripresentato in termini perversamente tecnico-televisivo-sociali dal Direttore: “Dare una visibilità così ampia agli operai di Termini Imerese è stata una scelta editoriale che rivendico. C’è la par condicio, ho scelto di violarla per pochi secondi, ma non abbiamo mai perso il controllo della situazione”. La par condicio al circo).

Momento delle premiazioni: vince uno sconosciuto, sponsorizzato dal marito di Maurizio Costanzo (immortale definizione di Beppe Grillo) e dalla sua trasmissione. Qualcuno si lascia trasportare dai ricordi, e ripensa al culo di J. Lo, sul quale la pop-star e la Clerici meditano a lungo nel corso dell’intervista: io tengo casa e figli, non ho tempo per la palestra, protesta la Lopez, Madre Coraggio. Miseria e nobiltà di un culo (dov’è il bimbo che dice Jennifer m’è matre a me?).

Ricorderemo l’ Orchestra, stanotte, che ha gettato in aria gli spartiti, mentre la platea grida “Venduti” quasi fossero tutti in una scena di “Prova d’orchestra” di Fellini. Ma non si possono suonare certe canzoni, neppure se strapagati. Non c’è più, purtroppo, Umberto Bindi. Ma è sempre vero: la musica è finita, gli amici se ne vanno.


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