Archivio di marzo 2010


Lapsus incontra Errico Buonanno

 

 

Venerdì 2 aprile alle ore 18 alla libreria Assolibro (via San Luca 58) Lapsus presenterà Sarà vero di Errico Buonanno (Einaudi, 2009). Un’occasione importante per conoscere un autore che per gli standard della letteratura italiana può essere considerato una specie di enfant prodige. Nato a Roma nel 1979, autore di testi teatrali e sceneggiature, editor di letteratura italiana e collaboratore de “Il Riformista”, Errico Buonanno esordisce nel 2003 con il romanzo Piccola Serenata Notturna, con cui vince il premio Calvino e il premio Kihlgren. Per Aliberti, nel 2005 ha scritto Partita doppia insieme a Gianni Farinetti. Seguirà nel 2007 per i tipi di Einaudi L’Accademia Pessoa, un intrigo letterario che ruota attorno a un misterioso capitolo inedito dei Promessi Sposi.

Per questa sua ultima fatica, Buonanno ha messo da parte il sulfureo territorio della letteratura per irrompere in uno altrettanto affascinante e oscuro, quello della storia. Lo ha fatto partendo da millenni di imposture, complotti, bufale, in nome dei quali si sono mossi gli eserciti, si sono organizzate spedizioni, promosso editti e teorizzati complotti. Dal favoloso Prete Gianni ai Rosacroce, dalla nascita della massoneria ai cavalieri Templari, passando per il Santo Graal e i celebri protocolli dei Savi di Sion, l’autore prende in esame i misteri più oscuri e controversi della storia europea dal medioevo a oggi e li scompone uno a uno, disinnescando il loro potere persuasivo.

 

Sarà vero. La menzogna al potere: falsi, menzogne e bufale che hanno fatto la  storia.

Errico Buonanno

2009, 363 pp., Einaudi, Stile Libero extra

 


Busi contro il neo-analfabetismo

di Nicola Lagioia

Questa sera andrà in onda su Rai Due la quinta puntata dell’«Isola dei Famosi», la prima senza Aldo Busi, neanche in studio, a meno di un’indulgenza plenaria emersa all’ultimo momento dalle acquasantiere della Rai.
Come è noto, nei giorni scorsi la tv di stato ha disposto – unendo destra e sinistra nell’unica perversione incoraggiata bipartisan, e cioè l’incesto tra potere e ipocrisia – di bandire da ogni trasmissione delle proprie reti l’autore di Seminario sulla gioventù e di quell’altra trentina di libri che dovrebbero al contrario rappresentare un salvacondotto privilegiato per l’accesso al dibattito pubblico. Ma a ben vedere, la presenza di Busi al reality (il cui vertice sta proprio nella sparata in cui la cecità dei censori ha visto offese al papa e al presidente del consiglio) è stata una cartina di tornasole capace di rivelarci a che punto è la notte del vero scontro di civiltà in atto da tre lustri in Italia. Due opposte specie antropologiche si contendono il dominio della penisola. Non cristiani contro mussulmani e non toghe rosse contro partiti dell’amore, ma coloro che affidano i propri argomenti alla corretta articolazione del linguaggio, al sillogismo, persino al paradosso – che del linguaggio è una delle possibili declinazioni – partendo dalla convinzione che un patrimonio condiviso esista (per esempio la voltaireana difesa della libera espressione delle opinioni con cui siamo in disaccordo), e quelli che al contrario usano le parole come altrettante onomatopee dell’anima, e cioè abbandonando nell’indistinto oceano della cieca, bruta e in fin dei conti violenta emozionalità (la propria) quei feti adulti di opinioni che sono gli istinti, e ai quali solo l’incubatrice del linguaggio può sperare di donare l’adultità della vita civile. Leggi il resto di questo articolo »


Intervista ad Erri De Luca

Erri, ma che razza di nome è? A quanto sappiamo lei è l’unico sulla faccia della Terra a chiamarsi così.

Una mia nonna era americana, venne in Italia a inizio del ‘900 e sposò un napoletano.Chiamò i suoi figli Willy e Harry. Io porto il nome di Erri perché è una mia semplificazione di Harry. Ma ho conosciuto, in passato, un’altra persona che si chiama così.

Lei ha iniziato a scrivere all’età non proprio verdissima di quarant’anni. Qual è stata la molla che l’ha spinta a pubblicare il suo primo libro? C’è un episodio particolare, un aneddoto (noi amiamo gli aneddoti) che l’ha portata a dire “da grande voglio fare lo scrittore”?

Ho pubblicato la mia prima storia a 40 anni, senza troppa intenzione, successe per caso. Mentre invece scrivo dall’adolescenza, per mio temperamento solitario mi sono procurato la migliore compagnia coi libri, leggendoli e poi mettendomi a scrivere storie. I libri aprono spazio dentro una persona, la fanno sentire abitata, pure se insaccata nella sua solitudine.Con me ha funzionato così, ma non me la sento di consigliare il sistema. Leggi il resto di questo articolo »


Né di qua, né di là: la lezione di Gaber sull’autonomia di pensiero

di Andrea Scanzi

Strano paese, l’Italia. Ormai a dire qualcosa di sinistra e’ la destra. La volonta’ di consegnare Giorgio Gaber all’eternita’ (si spera non cristallizzante) dei libri di testo, non puo’ che essere condivisa. Poi pero’ si tratta di capire perche’, ad averci pensato, sia stata la destra. Per chi conosce Gaber, non e’ una notizia stupefacente. Persino nel settantennale della sua nascita, le attenzioni celebrative dell’intellighenzia di sinistra sono state totalmente rivolte a Fabrizio De Andre’, consegnato a una beatificazione acritica che avrebbe infastidito anzitutto lui. Anche De Andre’ era un artista scomodo, ma (evidentemente) in qualche modo piu’ disinnescabile dal buonismo salottiero. Con Gaber e’ piu’ difficile. Gaber era spietato, innamorato del dubbio, affascinato dalla provocazione. Pasolinianamente diffidente nei confronti della Verita’ intoccabile. Non e’ un caso che, negli ultimi anni, la sinistra lo avesse dimenticato. Giovanni Raboni lo accuso’ di leghismo estetico, Luca Canali su l’Unita’ lo bollo’ come menestrello dei dittatori. Gaber, a differenza di Dario Fo, non e’ mai riuscito sino in fondo a declinare l’io in noi. La sua «illogica allegria», quel suo saper conciliare fenoglianamente pubblico e privato, lo portarono a mettere in discussione anche la sinistra. Fu allora che scrisse Quando e’ moda e’ moda: «Non sono piu’ compagno ne’ femministaiolo militante/ io sono diverso e certamente solo/ quando e’ merda e’ merda/ non ha importanza la specificazione». Era il 78, lo urlava in faccia ai movimentisti di professione. E il pubblico lo fischiava, sul palco volava di tutto. Cominciarono le accuse di populismo, qualunquismo. E lui, col suo naso infinito e la sua sigaretta eterna: «Anarcoide, casomai». La sinistra non lo avrebbe piu’ perdonato. Mai. Men che meno dopo Io se fossi Dio, l’invettiva piu’ dura nella storia della musica italiana. Conoscere Gaber non e’ facile. A volte scriveva apposta per non piacere, bravo come nessuno a urticare. Enorme e implacabile, anzitutto sul palco. Che riempiva. Nonostante la malattia, sino alla fine. Uomo dalle mille vite, assieme al coautore di sempre, lo schivo pittore Sandro Luporini, che (chissa’ perche’) in queste giornate di canonizzazione di sinistra e destra non appare mai. Nei Sessanta era l’artista piu’ amato dalla tv, e c’e’ chi ancora – ad esempio Vincenzo Mollica – e’ convinto che il decennio piu’ importante di Gaber sia stato quello: una maniera per annacquarne il messaggio. Per «facilitarlo». Leggi il resto di questo articolo »


Il Blade Runner ritrovato: l’inedito di Burroughs

Nel 1979 William Burroughs scrisse Blade Runner, una bozza per una sceneggiatura mai trasformata in un film. Qualche anno più tardi Ridley Scott ne prenderà soltanto il titolo per prestarlo al suo Blade Runner, tratto dal racconto di Philip Dick  “Anche gli Androidi sognano pecore elettriche?” Tradotta in italiano nel 1983 e distribuita solo in Svizzera – per poi essere abilmente riscoperta da Satisfiction nel 2008 – questa sceneggiatura è un’ulteriore conferma, rimasta finora pressoché nascosta, della geniale visionarietà dello scrittore americano.

Burroughs

 

Veduta di Manhattan da un elicottero….
“Il sovraffollamento ha portato sempre a un maggior controllo governativo sui privati, non sui modelli vecchio stile di oppressione e terrore degli stati polizieschi, ma in termini di lavoro, credito, alloggio, pensione e assistenza medica: servizi che possono essere sospesi. Questi servizi sono computerizzati. Niente numero, niente servizio. Tuttavia, questo non ha prodotto le unità umane standardizzate e col cervello lavato postulate dai profeti semplicisti tipo George Orwell. Invece, una larga percentuale della popolazione è stata spinta nell’underground. Larga quanto, nessuno lo sa. Questa gente è senza numero.”
Bimbi neonati ululano. Lottizzazioni, progetti di edilizia crescono. Computers ronzano al Con Ed, I.R.S., Welfare, Medicare, Health Insurance. Schede, avvisi, conti escono a fiumi.
Un cittadino esasperato fa la valigia ed esce dalla sua casa a Levittown. Fa un mucchietto di foglie, ci sbatte sopra una pigna di schede, e da fuoco al mucchio. Una vecchia dall’altra parte della strada corre al telefono. L’autopattuglia arriva e gli fa una contravvenzione per aver bruciato le foglie. Mentre l’auto si allontana lui butta la contravvenzione nella cenere. Se ne va con la sua valigia.
Veduta aerea del Muro che corre lungo la 23° Strada dall’Hudson all’East River….
“Il Muro venne costruito dopo i Disordini per la Legge Sanitaria del 1984. la Città Bassa può essere tagliata fuori e il muro guarnito di truppe nel giro di mezz’ora. Un muro simile separa Harlem dalla zona centrale di Manhattan…”
L’elicottero si sposta verso sud…macerie, edifici in rovina, terreni abbandonati. Sembra Londra dopo il Blitz. Pochi segni di ricostruzione, a parte sporadici rattoppi. Molte strade sono bloccate dai rifiuti e ovviamente intransitabili. Qua e là, miseri mercati all’aperto e orti nei terreni abbandonati. Piazze e strade affollate si svuotano di colpo senza una ragione apparente. Ci sono battelli improvvisati sui fiumi, carichi di derrate.
“Con il 1980, c’era stata una crescente pressione per emanare una Legge Sanitaria Nazionale. Questa fu bloccata dalla lobby medica, con i dottori che protestavano che una simile Legge avrebbe significato in pratica la fine della professione privata e la degradazione del livello medio del servizio medico. Fu anche addotto l’argomento della gravità dello sforzo in rapporto a un’economia già precaria. Le compagnie farmaceutiche, temendo che un intervento sui prezzi avrebbe tagliato i profitti, spesero milioni per opporsi alla proposta di legge e misero annunci su intere pagine dei maggiori giornali. E soprattutto, le compagnie di assicurazione sulle strade strillarono che la Legge non era necessaria e poteva soltanto portare a un aumento di tasse per un servizio peggiore.
Ecco qui il cittadino a reddito medio nel suo malandato appartamento. Il tetto non tiene e lui ha cercato per settimane di ripararlo. Il padrone di casa non fa niente. Il cittadino ha appena diviso una scatola di cibo per cani con la sua famiglia. Leggi il resto di questo articolo »


Toshiro Mifune incontra il cinghiale parte 2

2° PARTE
Prendete uno scrittore affermato di noir e travestitelo da Toshiro Mifune. Mettete sulla sua strada un cinghiale, che, per l’occasione, fingerà di essere un solforoso autore di culto torinese. A questo punto inchiodateli davanti all’occhio impietoso di un regista.
Dopo il successo di Lezione 21, Alessandro Baricco torna dietro la macchina da presa per riprendere Carlo Lucarelli e Dario Voltolini in una serie di surreali microclip in cui il talento espressivo si mescola con un certo gusto per il grottesco. Il risultato è una via di mezzo tra Aldo Fabrizi e un b-movie di mafia coreana che ogni lapsusiano doc dovrebbe vedere.

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Landscape(s)

Landscape

di Riccardo Bonini

Una nostalgica poetica crepuscolare, un’elevazione della piccola cosa (di pessimo gusto?) a contraltare di una maestosità vacua e puramente ornamentale. L’indagine di Luca Piovaccari (artista di Cesena con alle spalle, nonostante la giovane età, già diverse esperienze internazionali) è la ri-elaborazione di un lutto in continuo divenire, perché si nutre (come lui stesso sostiene) della ‘parte dietro’. Non volendo banalizzare la riflessione riducendola al mero binomio facciata / sostanza, sarà utile ricordare che in questo caso con ‘ciò che sta dietro’ si intende ‘ciò che era prima’, una sostanza preesistente, accantonata in funzione di un’esigenza frenetica, programmatrice. Qualunque traccia dell’individualità dell’intervento umano, la singola presenza di oggetti che costituiscono un patrimonio comune di tante aree abbandonate alla loro solitudine opposta al massificante “lavoro” di accumulo e aggregazione, la cementificazione progressiva e inarrestabile alla quale vengono sottoposte (quasi un bisogno umano ‘fisiologico’ di dare tangibile verificabilità alla presenza di massa) viene vissuta attraverso le opere fotografiche di Piovaccari come un ricordo sempre più sbiadito, calato in realtà che diventano subito nostalgie.

I suoi acetati in bianco & nero sprigionano già al primo colpo d’occhio la sensazione che ciò che rappresentano sia effettivamente istantaneo, volatile, e in questo senso la materiale scomposizione della fotografia (aggregata in una serie di stampe divise) accentua il senso di perdita. La testimonianza di un artista fortemente intellettuale come Luca Piovaccari diventa in questo percorso un atto di archeologia umanitaria fondamentale, un recupero estremo del valore del fare per conservare, seppure solamente nella memoria. La forza effimera della rappresentazione si manifesta con grande intensità attraverso un espediente scenografico, quasi teatrale come quello delle installazioni architettoniche a parete, realizzate con chiodi e filo di lana. Leggi il resto di questo articolo »


Premio letterario “Provincia Cronica” 2010

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Premio Provincia Cronica 2010

Lapsus invita gli scrittori che ci leggono a partecipare al premio Provincia Cronica 2010 organizzato da AsapFanzine (http://www.asapfanzine.it) e dall’Associazione culturale Balla coi cinghiali (http://www.ballacoicinghiali.it).

Sul sito di AsapFanzine troverete il bando di concorso e tutte le relative informazioni


Betty Boop

Lunedì 8 marzo

Cinema America


BETTY BOOP

di Max e Dave Fleisher

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ore 22.30

 

Via Colombo 11 – Genova – Tel. 010 5959146


Il piccolo principe, la mezza-marocchina e il culo della Lo: cronaca di un Festival

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di Paolo Becchi (e Lapsus)

E diciamolo subito, non è stato un gran Festival”. Il professor Becchi è il primo a commentare a caldo la chiusura sanremese: ore 00.44, nel salotto di casa sua, dove in mezzo agli infiniti libri e al caffè brasiliano (che lì, all’ultimo piano del palazzo a due passi dall’Università, dà quel tocco di esotismo “un po’ così”, alla genovese) ci siamo riuniti per il Festival, il gran varietà della canzone italiana. A noi normanni, in casa Becchi si serve calvados. Il Valpolceverino Becchi, barba e camicia bianca, legge un vecchio volume di poesie shakespeariane, ma non si perde una canzone, dietro al fumo del suo sigaro toscano. E poi Cassano, con l’Inter, resterà ancora una volta in tribuna, e questo non gli va proprio giù. Poi ci siamo noi altri di Lapsus, sempre distratti, che siamo tutti convinti che il prossimo cantante in gara, stasera, sarà quella giovane promessa che si chiama Luigi Tenco. La Clerici ci smentisce subito: “…di Ghinazzi, Filiberto e Ghinazzi, «Italia Amore Mio». Cantano Pupo, Emanuele Filiberto e Luca Canonici”. Mah… “Filiberto è il cognome?”, domanda il nostro addetto alle relazioni con la stampa. Luigi Pesce propone di controllare sull’elenco telefonico del Regno d’Italia. Arriva, un po’ in ritardo, anche Tommaso Gazzolo: sorride sedendosi accanto ad un poster di Walter Benjamin. Ha preso l’ascensore di Castelletto, per venire qui stasera. Si dice che lui e Becchi si siano conosciuti tramite un professore di Monterosso, convinto che il Grande Inquisitore abbia fatto bene a far bruciare Gesù Cristo. Ma nessuno osa domandare. Gianmaria Patrone segue il varietà in improvvisato collegamento video-telefonico da Parigi, in cappotto. Leggi il resto di questo articolo »