
Parabola di un pigro e letterato insonne in guerra casalinga contro gli scarafaggi. Bandinelli preferisce alla primitiva ciabatta bombolette di spray di aria compressa (fantomaticamente sotto zero). Poi si stupisce che non funzionino e si consola ragionando sul potere carismatico della blatta in letteratura, con il famoso racconto travisato di Kafka e un Landolfi che, con evidenza, di scarafaggi non ne vide neppure uno.
di Angiolo Bandinelli
Gli scarafaggi, da qualche tempo, sono la mia ossessione. Patisco di insonnia, di notte mi aggiro per casa provando a recuperare il letto con i soliti accorgimenti: farmi una camomilla bollente, mangiucchiare qualcosa, darmi allo zapping televisivo, frugare stancamente tra i libri e scartafacci, vagabondare in Google. Dopo una dovuta tappa alla toilette vado in cucina ed è lì, nella cucina, che spuntano gli scarafaggi. Sbucano fuori da invisibili anfratti dei muri che voi non riuscireste mai a scovare, e mentre cercate un biscotto nella credenza, o un arancio nel vassoio, ve li ritrovate sotto gli occhi. Si nutrono di briciole, di frustoli di zucchero o di qualsiasi cosa abbia lasciato infinitesimali residui commestibili sopra il tavolo o le mensole. Pare abbiano l’abitudine di defecare dove mangiano e l’uomo, si sa, è un essere schifiltoso. Non ho mai visto uno scarafaggio per terra, sul pavimento, forse avvertono che il pavimento non offre loro sicurezza. Lo scarafaggio domestico non ha ali e non vola, la sua arma per difendersi è la fuga, che è velocissima, a zig zag, guidata da un preciso istinto o intuito verso la fessura dove infilarsi per sfuggire la morte. Credo che sia un animale a suo modo intelligente, avverte subito la presenza dell’uomo e sembra sappia, nell’atavica coabitazione, che l’uomo è il suo più spietato nemico: sì, l’orrore, lo schifo, guidano implacabilmente quella mano assassina e per lo scarafaggio raramente c’è scampo. Nelle favole, gli animali hanno il volto, l’anima dell’uomo: il leone simboleggia il coraggio, l’asino la testardaggine, e così via. Quando schiacci uno scarafaggio, spesso ti si para davanti il volto di un tuo nemico.
Della invasione di queste bestiacce a casa mia mi accorsi mesi fa. Cercai come liberarmene, ma non mi piaceva il modo scelto da mia moglie. Lei si toglie la pantofola dal piede e la sbatte sull’animaletto. Lo trovai un metodo primitivo, sanguinario. Cercai qualcosa di meno barbarico. Mi si presentò una soluzione che mi parve risolutiva. Su uno scaffale dello studio tengo una di quelle bombolette che spruzzano un getto d’aria compressa sotto zero per pulire il computer e le altre attrezzature tecnologiche di cui sono piene le nostre case. Uno scarafaggio non sopravviverà, mi dissi, se investito dal getto: il sotto zero dovrebbe essere – pensavo – mortale per questi insetti. Così aspettai con impazienza che uno scarafaggio mi arrivasse a tiro: quando ne scorsi uno sul muro di cucina corsi ad afferrare la bomboletta e ne sparai il getto sull’immondo e indesiderato ospite. Fui un killer abile e preciso. Ma la bestiola non cadde stecchita giù, come mi aspettavo, continuò la sua corsa verso la fessura, il buio, la salvezza. Riposi la bomboletta, mi acconciai a seguire il metodo di mia moglie: schiacciare lo scarafaggio. Così poche notti dopo, ne ammazzai uno schiacciandolo. Mi spiacque farlo. Era di un bel colore, di un onice traslucido, con lunghe antenne vibratili. Se non fosse stato il sordido animale che è sarebbe stato quasi bello, lo dico non per compiacere alla battuta, di Sophia Loren o di Eduardo de Filippo, “Ogni scarrafone è bello a mamma sua” (scarrafone è traduzione vernacolare per scarafaggio), né comunque io ero mamma sua.
Entrando in cucina l’ho visto subito, spiccava sullo sportello di plastica bianca dell’armadietto pensile. Anche lui deve avermi visto, si è immobilizzato in attesa. Appena mi sono avvicinato, ha cominciato a correre velocissimo, per guadagnare la salvezza. Non ha fatto in tempo, l’ho colpito e finito nonostante avesse tentato, con due scarti, di schivare il colpo mortale. Ho provato inedite sensazioni disgustose, ma mi sono fatto forza. Le notti successive ho replicato.
Prima o poi dovrò chiamare una ditta specializzata per fare disinfestare la cucina, forse tutta la casa. Credo che la disinfestazione con mezzi chimici sia l’unico sistema per liberarsi davvero delle colonie di scarafaggi. Quante sono? Impossibile saperlo, a volte penso che siamo circondati da scarafaggi. Per quanto riguarda la palazzina dove abito, non so se la presenza di tali caverne sia dovuta al fatto che è stata costruita negli anni Cinquanta, poco dopo la guerra, quando, nel vivo del boom edilizio che stravolse la città, i costruttori romani, i maledetti palazzinari, ne fecero di cotte e di crude, tirando via i lavori, risparmiando sui materiali, infischiandosi di regole e norme di sicurezza. I muri della mia palazzina quando li gratto con l’unghia si sgretolano, penso ci sia poco cemento e troppa sabbia. A volte mi assale il timore che, al primo terremoto serio, io possa finire come un abitante de L’Aquila o di Port-au-Prince. Anni fa, al quartiere Portuense, una casa giusto di quell’epoca si sbriciolò come un biscotto e venne giù.
Forse per le stesse cause, anni prima era crollata una palazzina a Monteverde vecchio, dove allora abitavo. Dopo l’episodio del Portuense il comune dispose di istituire il fascicolo di fabbricato, una sorta do carta d’identità degli edifici cittadini; poi, come al solito a Roma, non se ne fece nulla, i palazzinari sono potentissimi in difesa dei loro privilegi.
Lo scarafaggio sarà pure una bestia schifosa ma inconsciamente e forse morbosamente, per pulsioni inconfessabili, attrae l’immaginario. L’uomo lo ha mitizzato ponendolo, nella scala dei valori rappresentativi, all’estremo opposto dell’aquila. Questa si libra nel cielo, quello sprofonda nel buio dei demoni e degli orrori. Ma a chi non viene in mente il bellissimo racconto di Kafka, “La metamorfosi”? Qui forse c’è un equivoco. Nelle traduzioni in italiano l’insetto nel quale Gregor Samsa si trasforma è, appunto, lo scarafaggio. Si capisce, il racconto evoca un’atmosfera di disgusto, e tra tutti gli insetti noi sentiamo come il più disgustoso, proprio lo scarafaggio. Però non è sicuro che l’insetto di cui parla Kafka, fosse uno scarafaggio. In tedesco, lingua originaria del racconto, l’insetto è chiamato ungerziefer, che tradotto letteralmente significa “animale impuro, inadatto per il sacrificio”. Kafka era ebreo e si capisce il riferimento, per gli ebrei sono impuri tutti gli insetti tranne – ho letto – le cavallette che li nutrirono nel deserto, ma questo non giustifica l’identificazione dell’impura bestiola di Kafka con lo scarafaggio. In una lettera all’editore a proposito della copertina per la prima edizione del racconto, Kafka parla di insekt, ma chiede che nell’immagine l’animaletto non sia visto, “neppure a distanza”. Sembra non voglia che l’essere impuro sia identificato, gli ebrei del resto non amano le raffigurazioni di esseri viventi, temono derive idolatriche. D’altra parte, per l’esperienza che me ne sono fatto, gli scarafaggi domestici non si rovesciano a pancia all’aria (come accade all’insetto di K) e comunque, se rovesciati, non restano in quella posizione. Questo comportamento lo troveremo invece – lo dico per diretta esperienza, da ragazzo facevo collezione di insetti – in certi scarabei, di sicuro lo stercorario e il rinoceronte: spesso dovevo essere io a rimettere sulle zampette il coleottero quando si era rovesciato o qualcuno lo aveva rovesciato sul dorso. Dunque escluderei che l’insetto di Samsa fosse uno scarafaggio, al quale lo assimila solo il senso di orrore che emana dal racconto. Nel quale, verso la fine, viene usato il termine tedesco mistkafer che (su Google) corrisponde appunto allo scarabeo stercorario o a un coleottero, ma il termine appare una sola volta: in definitiva non possiamo identificare con esattezza l’insetto nel quale Gregor Samsa viene metamorfizzato.
E come dimenticare questo brano?: “Il mare a perdita di vista, senza una terra all’orizzonte, sotto la cappa affocata del cielo, appariva nero come l’inchiostro, e di una lucentezza funebre, una quantità sterminata di blatte, tanto fitte da non lasciar occhieggiare l’acqua di sotto, lo copriva per tutta la sua distesa. Nel gran silenzio s’udiva distintamente il rumore secco dei loro gusci urtati dalla prua. Lentamente, a fatica, la nave poteva avanzare, e subito le blatte si richiudevano al suo passaggio”.
E’ un passo del racconto di Tommaso Landolfi intitolato, come molti sanno, “Il mar delle blatte”, e blatta è un altro nome per scarafaggio. E’ un racconto surreale, nell’atmosfera di Borges più che di Kafka. Il racconto di Landolfi è del 1936, e in quegli anni Borges scriveva cose di tipo surrealista, con una particolare insistenza sui temi dell’esistenza, forse dell’esistenzialismo. E’ un bellissimo racconto, anche se sospetto che Landolfi non abbia mai visto le blatte, gli scarafaggi di cui scrive, perché le blatte, almeno quelle casalinghe cui anch’egli penso si riferisca, non sono nere bensì rossastre, come di mogano lucidato ad arte, come scrivo che le ho viste e le vedo quasi ogni notte.
Comunque, sia per Kafka che per Landolfi lo scarafaggio – o la blatta, o l’insettuccio di cui si parla nei loro racconti – ha in sé un’immediata potente carica, esprime una sorta di tensione verso il fantastico, l’abnorme. Il racconto di Landofi raggiunge l’acme con la fanciulla che si innamora e gode sessualmente, più che con l’uomo, con un vermicello blu, in una pagina che sarebbe erotica (caso raro nella letteratura italiana) se non fosse che pare faccia il verso alle smanie sensuali della Francesca Bertini o di un’eroina dannunziana, però lettrice di Amleto: “Lucrezia gemeva e mugolava, corrugando leggermente le sopracciglia. Infine il verme prese a strisciare sull’attaccatura delle ciglia, sul taglio delle palpebre e l’occhio. L’estasi della fanciulla durava e cresceva; il verme abbandonò gli occhi e raggiunse la bocca semiaperta. Vi sparì dentro, ma si vedeva ogni tanto il sommo del suo dorso, sicché fu chiaro che strisciava sulla parte interna delle labbra, che bacia le gengive. Di quando in quando si fermava, adagiandosi sulle soffici mucose…”
Talvolta mi trovo davanti scarafaggi molto piccoli, certo giovani, addirittura neonati, quasi invisibili. Appaiono del tutto indifesi. Non sono agili, non corrono, restano immobili o – vorrei dire, ma l’espressione è eccessiva – impacciati lì dove sono stati sorpresi dalla luce, ed è molto facile schiacciarli, non occorre nessuna abilità, zac e via. Uno davvero gigantesco, l’ho invece ammazzato ieri notte, poche ore fa. Ciondolante di sonno, ho acceso la luce e mi sono diretto al lavandino. Avevo sete, volevo un bicchier d’acqua, dopo un paio di ore al computer. Sono le ore delle ricerche strane su Internet, dei viaggi nell’extramondo uniforme e in fondo noioso del grande Web. Mi può venire allora, indifferentemente, fame o sette, o tutte e due. Insomma, sono andato al lavandino con in mano il bicchiere. E l’ho visto, anzi li ho visti. Erano due, tutti e due enormi. Stavano sulla parete verticale del lavandino. Non so se gli scarafaggi abbiano, sulla punta delle zampette, ventose o rampini, fatto sta che riescono a camminare e a correre sulle pareti verticali più lisce. Quella ceramica che a me appare compatta e persino lucida, sotto le loro zampette è piena di rugosità, di infinitesimali fessure, di agganci, di pori.
I due mi hanno scorto, le loro antenne hanno cominciato a vibrare intensamente. Sospetto che quelle laide bestiole emettano ultrasuoni che noi non percepiamo. Forse si consultavano su come sfuggire al pericolo. E, proprio come avrebbero agito gli uomini, esseri pensanti, hanno scelto due vie diverse. Volevano disorientarmi? Uno dei due ha cominciato a correre sulla liscia ceramica, salendo verso l’alto. Ha superato il bordo e si è rattamente infilato nell’intrico delle tazzine, dei barattoli semivuoti di conserva o di marmellata, dei bicchieri, che ingombra sempre – per incuria di mia moglie – il lavabo, e infine sotto la pila dei piatti della cena, che lei lava pigramente la mattina seguente, dopo il tè e i biscotti spalmati di miele della colazione inglese. Mi sono affrettato a sollevare la pila, ma la bestiaccia era scomparsa. Così mi sono rivolto verso l’altra, rimasta inchiodata sulla parete del lavabo. Ho stretto in pugno un tamponcino di carta da cucina, l’ho puntato e ho tentato di schiacciarlo. Ho fallito il colpo, ma quasi con un pizzico di sollievo. Sì, ho provato un po’ di pietà, penso che un po’ somiglio allo scarafaggio, anch’io allo splendore del sole preferisco l’ombra se non il buio, amo ore notturne vissute in una perfetta oscurità, rotta solo da un lumino tascabile con il quale mi apro la strada nelle stanze, evitando sedie e tavolinetti che farebbero un rumore d’inferno se ci sbattessi sopra.
Stamattina mi sono svegliato molto presto, l’alba stava per arrivare su una giornata nuvolosa e fredda. Vado in cucina e lo vedo, morto, in fondo al lavandino, pancia in aria. E’ proprio lui, quello della notte. Allora lo avevo colpito, lui era fuggito agonizzante, si trascinato un po’, finché era scivolato nel lavandino, da dove non era più riuscito a muoversi. E lì era morto. Non si sarebbe mai potuto salvare, un po’ come l’Orson Welles del film “Il terzo uomo”, fuggiasco nelle fogne di Vienna rimbombanti dei suoi passi. Sì, sarebbe comunque morto. Ho aperto il rubinetto, e l’acqua ha cominciato a scorrere nel lavandino, travolgendo la bestiola, che ha cominciato a roteare su se stessa, a ondeggiare come una barchetta sul pelo dell’acqua, finché il mulinello ha spazzato via il corpicino, giù nel tubo dell’acquaio.
Mi ha turbato il modo come è stato risucchiato dal gorgo lurido. In quella morte c’era un risvolto a me noto, quello evocato dal sonetto belliano, “Er caffettiere filosofo”:
L’ommini de sto monno so ll’istesso
Che vvaghi de caffè nner mascinino:
C’uno prima, uno doppo, e un antro appresso,
Tutti cuanti però vvanno a un distino.
Spesso muteno sito, e ccaccia spesso
Er vago grosso er vago piccinino,
E s’incarzeno, tutti in zu l’ingresso
Der ferro che li sfraggne in porverino.
E ll’ommini accusì vviveno ar monno
Misticati per mmano de la sorte
Che se li ggira tutti in tonno in tonno;
E mmovennose oggnuno, o ppiano, o fforte,
Senza capillo mai caleno a ffonno
Pe ccascà nne la gola de la morte.
Anche in questi versi c’è l’immagine del gorgo che risucchia e spegne la vita, la trascina dove nessuno riuscirà mai a vederla per capire che fine abbia fatto, come si sia spenta, se nel dolore o serenamente, se consapevole o invece inconscia della sua fine, se con negli occhi la luce di una speranza, di una possibilità di salvezza, d’un oltretomba che diviene un oltre/vita, oppure abbandonata nell’amara certezza che il suo spegnersi è definitivo, è un entrare nel buio del nulla.
Ma che risarcimento, che ironica vendetta, per lo scarafaggio che vide le truppe rivoluzionarie di Pancho Villa marciare vittoriose, canterellando “La cucaracha, la cucaracha, ya no puede camminar, porque no tiene, porque le falta marihuana pa’ fumar”. Almeno alla cucaracha – allo scarafaggio – la marihuana fa bene.
riportato con fedeltà da il quotidiano Il foglio, numero 43 anno XV (20/2/10)

Ottimo articolo. Io sono qui a notte fonda a scriverti dopo avere ingaggiato una battaglia fino all’ultimo sangue con uno scarrafone che per la prima volta in quattro anni (cioè da quando abito qui) è riuscito a salire lungo la parete del loft dove vivo fino al piano di sopra.
Ed ironia della sorte proprio ieri ho riguardato il film “creepshow” dove nell’ultimo episodio (tratto da un racconto breve di King) si narra di un uomo chiuso nel suo appartamento da 30000 dollari al mese “alla prese” con qualche milione di scarafaggi che decidono di banchettare con lui…
Non ti dico quando (ero al computer) ho scorto come un’ombra con la coda dell’occhio, mi volto e lo vedo: indomito che avanzava perpendicolare a qualsiasi forza di gravità lungo la parete diretto proprio sopra i miei monitor e le mie apparecchiature elettroniche.
Nessuno, e dico nessuno scarafaggio ha mai osato tanto in quattro anni di vita in questo monoloft come lo chiamo.
Ho consumato una bomboletta di Baygon, dopo che l’orrenda creatura ha perso l’equilibrio a causa di una piccola ragantela (si, ho anche dei ragnetti come ospiti, che però non mi danno alcun fastidio e con i quali convivo amabilmente) che l ha fatto carambolare a terra, per poi rifugiarsi sotto lo “zoccoletto” della parete.
Non so dove sia…Spero morto nelle fiamme dell’inferno!
Su una cosa devo contraddirti: il mio palazzo è zeppo di bagarozzi, e quando muoiono, o prima di morire tutti e dico tutti si rovesciano sul guscio, a zampe all’aria….
Ciao