di Lorenzo Tosa
Sfogliando all’interno del bulimico panorama letterario italiano, recentemente mi sono imbattuto in un grazioso articolo di Gian Paolo Serino su “Il Giornale”, in cui Moccia veniva associato a Salinger senz’altra logica apparente se non “entrambi scrivono di adolescenza”. Spiace dover scomodare un’altra volta il deliberatamente urticante revisionista, ma, in un certo senso, gli siamo riconoscenti. È grazie a lui se oggi possiamo affermare senza tema di smentita che Woody Allen non è altro che un Fabio Volo con qualche yarmulke in più nell’armadio. Perché? Beh, per entrambi scrivere non è il primo lavoro. Cosa ha a che vedere Margaret Mazzantini con Jorge Luis Borges? Tutt’e due sono stati snobbati dall’Accademia dei Nobel! Per non parlare di Giovanni Verga ed Ernest Hemingway, due che hanno indagato a vario titolo le relazioni tra l’ineluttabilità del destino e la pesca a traina. Ma, potenzialmente, il gioco potrebbe essere infinito:
Melissa P. – Anna Frank (infanzie difficili)
Walter Veltroni – Marchese de Sade (sodomia intellettuale)
Giorgio Bettinelli – Friedrich Nietzsche (baffo a spazzolino)
David Sedaris – Omero (incerte origini greche)
Lidia Ravera – George Orwell (antropomorfizzazione suina)
A questo punto, ci sorge un sospetto: e se Andrea Camilleri fosse in realtà un Jean Claude Izzo con il triplo mento e la pellagra…?

sei il mio genio prediletto
Ma allora anche Mark Twain è identico a Salinger: hanno scritto entrambi romanzi di formazione.
Esatto, Bianca. Direi che hai colto l’essenza di quello che non esiterei a definire “semplificazionismo culturale”.
Anzi, per la verità, conoscendo Serino, ma siamo proprio sicuri che non volesse offendere Moccia paragonandolo a Salinger?
divertente il gioco, ecco chi mi ricordava Veltroni…