L’uomo che verrà
Giorgio Diritti, 2009 – Italia
scheda imdb
di Stefano Piri
Emilia Romagna, 1944.
Vita quotidiana di una famiglia contadina in tempo di guerra. Piccoli avvenimenti compongono il ritratto di un’epoca: la speranza per il futuro, i rapporti con gli occupanti tedeschi e con i partigiani.
I genitori invecchiano, i figli crescono, una nuova vita cresce nel grembo materno. Finchè il corso del tempo non si spezza.
Ci troviamo infatti a Monte Sole, ed è la fine di settembre del 1944: le coordinate geografiche e cronologiche della strage di Marzabotto, il più grande eccidio commesso dai tedeschi ai danni della popolazione civile italiana nel periodo dell’occupazione.
Andiamo con ordine: L’uomo che verrà è il secondo lungometraggio di Giorgio Diritti, regista bolognese che aveva fatto parlare di sé nel 2006 con Il vento fa il suo giro, tipico esempio di film a bassissimo budget balzato-agli-onori-della-cronaca-grazie-al-passaparola.
Sebbene questa categoria sia solitamente foriera di amare delusioni o quantomeno di film per un verso o per l’altro sopravvalutati (il passaparola non è per sua stessa natura un canale di comunicazione che incentiva l’acume critico) l’esordio di Diritti si rivelò al contrario realmente molto interessante.
Pellicola di montagna in lingua occitana, visivamente potentissima e mai banale, niente affatto noiosa come le premesse potrebbero suggerire, l’opera, pur zoppicando a tratti per il contesto di lavorazione pressoché amatoriale, lasciava la sensazione che Diritti avesse tutte le carte in regola per diventare uno degli autori di riferimento nel cinema italiano contemporaneo.
L’uomo che verrà, nelle sale in questi giorni, non soltanto conferma le aspettative, ma poggiando sulle medesime basi de il vento fa il suo giro (la montagna e la natura come protagonisti silenziosi ma onnipresenti, la ricerca linguistica nell’uso del dialetto1 e la sperimentazione visiva) ne costituisce una sorta di evoluzione, di gran lunga superiore per completezza e maturità.
Il film poggia su un assunto già sentito ma non per questo banale: le vicende della seconda guerra mondiale, e in particolare dell’occupazione tedesca e della Resistenza vengono a rappresentare il momento di genesi di un uomo nuovo (da cui il titolo del film) non solo dal punto di vista politico ma anche da quello etico, e per certi versi antropologico.
Che si condivida o meno questa convinzione, farà senza dubbio piacere, in tempi in cui il politico (o per meglio dire il partitico) tende a divorare qualunque cosa, scoprire come Diritti costruisca la storia e la morale a partire dall’umanità, e non viceversa: il micro e il macro, il pubblico e il privato, sembrano sorreggersi a vicenda, congiungersi armoniosamente e senza scarti, proprio come nella realtà.
Nessun personaggio, e questo dalle nostre parti è un mezzo miracolo, sembra avvertire la necessità di alzare la mano e fare l’analisi storica delle vicende che sta vivendo.
Diritti si dimostra un regista vero e solido perché mostra e non dice, il che poi è la differenza sostanziale tra cinema e televisione.
Da questo punto di vista il film, per intelligenza narrativa e capacità di messinscena, meriterebbe di assurgere (assieme, s’intende, a qualche altro esempio virtuoso come i più noti Garrone, Sorrentino, Costanzo…) a modello di riferimento per un cinema italiano che voglia realmente ritrovarsi.
E forse è proprio grazie all’attitudine al silenzio (un silenzio che “racconta più di tante parole”, che sarà una formula inflazionata ma in questo caso rende bene l’idea) che paradossalmente il film trova una delle battute più potenti che la mia memoria di spettatore ricordi: quel “tutti noi siamo quello che ci hanno insegnato ad essere” pronunciato da un ufficiale tedesco, in un vertiginoso cortocircuito concettuale, in risposta alla disperata indignazione di un sacerdote.
L’interminabile sequenza dell’eccidio, inspiegabilmente definita da alcuni eccessiva o peggio ancora morbosa, è semplicemente un pezzo di grandissimo cinema.

Film d’autore nel senso migliore del termine, non pubblicizzato a sufficienza, da non perdere per nessun motivo.
1 Qui in realtà sta uno dei pochi difetti del film: per alcuni degli attori (nel cast anche un paio di volti noti: Alba Rohrwacher e Maya Sansa assolutamente convincenti) recitare in dialetto sembra una vera e propria tortura, in alcune battute l’intenzione viene mancata in modo quasi imbarazzante.

Per non dimenticare mai di cosa è capace l’uomo.