L’agenda funeraria del revisionista: Serino scoperchia le bare del Pantheon letterario e riscrive la storia

serino

di Lorenzo Tosa e Luigi Pesce

Il 28 gennaio scorso moriva a 91 anni J. D. Salinger. Mentre tutti i giornali del mondo scuotevano dalla polvere coccodrilli di venticinque anni fa, Gian Paolo Serino (Anima Grande di Satisfiction) non si lasciava sfuggire il gusto della provocazione e lanciava un sasso nella palude dei buoni sentimenti con l’articoletto intitolato: “Salinger non era già morto scrivendo Il giovane Holden?”.

Revisionismo letterario, aggiornamenti per la didattica:

  1. Il Giovane Holden è un libro banale e la sua lettura inutile.

  2. Il protagonista ricalca un Che Guevara dal ventre molle (l’eroe ingiustamente incensato di una ribellione in realtà opaca e consolatoria).

  3. J.D. Salinger, a ben vedere, non è altro che un Brizzi o un Baricco con un briciolo di dignità in più.

Bum!

Serino incendia in poche righe uno dei totem votivi della letteratura moderna e occidentale. Lo fa con un po’ di bile a sbavargli il pennino, concludendo con dei vocativi esortativi affinchè gli insegnanti (perlopiù sciocchi o incapaci) consiglino ai loro studenti letture diverse. “Dov’è l’Huckleberry Finn di Twain? Dove sono i turbamenti del giovane Törless?” si domanda piccato Serino, in un meraviglioso e raro esempio di retorica ciceroniana.

Con la stessa ansia con cui un cronista giudiziario sfoglia i mattinali delle procure, da qualche tempo Serino scandisce la parte migliore della sua ermeneutica seguendo l’agenda funeraria della letteratura mondiale. Accadde nel settembre 2008 per David Foster Wallace (“nient’altro che un abile miniatuirista, un furbo riciclatore capace di mettere la testa di lettori e critici in centrifuga”… touché) e accade oggi con l’eremitico novellista newyorkese. Usiamo il termine novellista non a caso, perché, prima di essere un romanziere, Salinger è stato un acuminato autore di short novel (racconto breve, pardon, non volevamo offendere nessuno). Una forma di narrazione che il nostro modellava con una sapienza e una misura che nel Giovane Holden tende impercettibilmente a sfaldarsi, a disgregarsi, a favore (è vero) di una certa indulgenza di massa.

Serino, tuttavia, si guarda bene dall’inabissarsi in sulfuree disquisizioni letterarie. Holden Caulfield è il simbolo della “Upper class preglobalizzata”, e tanto gli basta.

Ma, nel dettaglio, quali colpe avrebbe HC?

In primis, l’aver prestato il nome alla scuola di scrittura creativa di Alessandro Baricco (su cui Serino ama scagliarsi con la ferocia di un primitivo a caccia di cinghiali selvatici). Come se una scuola per aspiranti scrittori a Torino potesse essere enumerata tra le pietre fondative della poetica salingeriana. Come se, con un certo dileggio dell’assurdo, avessimo il potere di rivalutare un autore sulla base dell’uso che ne hanno fatto i suoi epigoni. Ed è proprio questo che avremmo voglia di ricordare a Serino, non fosse che ci troviamo di fronte solo all’ultimo affondo della sua personale crociata contro i radical chic letterari. Quelle creature da salotto che stipano le loro pipe di tabacco aromatizzato e accarezzano languidamente i loro calzini in filo di Scozia, conversando amorevolmente di Sam Savage.

Ma ciò che più sembra turbare il revisionista è quella sorta di anarchismo anestetizzato di cui si vuol fare modello Holden: un cattivo maestro che da cinquant’anni instilla nei giovani occidentali una ribellione dalla parte del silenzio, li aizza ad una lotta devitalizzata. Forse già persa prima ancora di essere combattuta.

Sfugge, nascosto con malafede nelle increspature delle sue belle parole, il fatto che il povero Holden Caulfield non sia (e neppure rappresenti simbolicamente) la figura del giovane ribelle, ma si confessi da subito come un ragazzotto semplice, simpatico nella media e privo di particolare talento. Holden coltiva i suoi dubbi, si infiamma, si distrae e sogna, proprio come qualsiasi adolescente. La spontaneità, abilmente orchestrata da Salinger con un lessico piano e immediato (con tutti quei “vattelapesca” ormai ingialliti), è l’arma quasi perfetta per appassionare il lettore alle avventure del protagonista. Avventure che possiamo anche riconoscere come mediocri e per nulla originali.

La critica di Serino (per cui abbiamo reale stima e simpatia) ha perciò senso se e solo se indirizzata contro la folta e pettinata schiera di salingeriani che hanno fatto di HC un’icona pop, travisandolo, mitizzandolo e venerandolo. Ma essa perde ogni valore se si auto-sterilizza in una stoccata contro il romanzo in sé, che non aveva certo la pretesa di indirizzare le folle generazionali ad impiccarsi con una cravatta regimental.

Questa battaglia tra teologie, tra l’Istituzione e l’Eretico, ci pare quella di un out-sider contro il Palazzo, uno scissionista agnostico alla messa laica della cultura americanofila e colonizzata, un “intellettuale libero e contro” in polemica con il vecchiume di una critica ridondante e incartapecorita: se i baroni della critica italiana scoprono (in ritardo) David Foster Wallace, DFW diventa immediatamente noioso e autoreferenziale; se qualcuno (che non sia lui) si avvicina a Roberto Bolaño, lo fa con un approccio naif e senza coglierlo nelle viscere della sua intelligenza.

Serino sgomita e aizza i lettori dal palato fine contro i cardinali della cultura italiana morenti di accidia nei salotti romani di Asor Rosa o nei cocktail party di Natalia Aspesi. Ma quando lancia provocazioni con l’intenzione precisa di farla un po’ fuori dal vaso, ci sfiora il sospetto che sia lui il più radical chic di tutti. E che, in realtà, vada agli stessi cocktail party, ma con una pistola giocattolo nascosta nella fodera della giacca.


4 Commenti a “L’agenda funeraria del revisionista: Serino scoperchia le bare del Pantheon letterario e riscrive la storia”

  1. Come scritto su FB, mi trovo più dalla parte di Serino che da quella di Lapsus, stavolta…

  2. Franco Ricciardi scrive:

    Bonvicini forse non capisce che il punto della questione non è se il Giovane Holden sia o non sia un libro mediocre. Non mi sembra infatti che Lapsus si metta a difendere Salinger a spada tratta, anzi scorgo anche un po’ di ironia nei confronti dei suoi epigoni che lo venerano come un vitello d’oro. Qui Lapsus compie solo un’opera cosmetica cercando di eliminare, da quella giovane e dinamica critica letteraria di cui Serino è uno dei massimi esponenti, il vecchio (e funzionale) trucco della provocazione gratuita…

  3. Lucia B. scrive:

    Più che trucco definirei la provocazione strumento. Uno strumento di lavoro che se utilizzato bene può risultare molto utile e parecchio redditizio (attenzione a definire la provocazione come gratuita, non lo è mai!). Il nocciolo della questione a parer mio è che risulta inaccettabile il fatto che uno come Serino vada a profanare la tomba dei morti facendo paragoni insulsi con contemporanei già abbastanza presi di mira. Troppo facile. Sarebbe più dignitoso attaccare direttamente coloro che fanno del commercio il loro lavoro spacciandosi per artisti. Serino dovrebbe sguainare senza timore la spada contro lo stuolo di contemporanei che sporcano le nostre biblioteche senza utilizzare come capro espiatorio un vecchio esule o scrittori che puntano ad un targhet adolescenziale. (che Serino abbia qualche problema con l’ adolescenza??). D’ altronde capisco sia più facile prendersela con i morti ma ricordiamoci che non stiamo parlando di un moccia qualunque, stiamo parlando di Salinger! Un uomo che ha fatto la storia della letteratura e che, forse, riletto ora attraverso i nostri occhi stuprati e consunti dagli anni passati perde un pò in freschezza e può risultare quasi sopravvalutato ma che a suo tempo è stato un grande innovatore! Un rivoluzionario.

  4. Gianluca Calvini scrive:

    Gian Paolo Serino la smetta di scimitarrare contro i soliti autori zoppi (Baricco, Brizzi) e di spiegarci che la letteratura segue leggi che noi lettori comuni non possiamo comprendere.
    E dato che non vuole rispondere di persona alle osservazioni di Lapsus – che puntano il dito contro la sua vanità abnorme – si degni almeno di dirci, in tutta onestà, se secondo lui Salinger abbia o non abbia dato un contributo essenziale alla letteratura occidentale. Scrivere negli anni ‘50 un libro come Il giovane Holden è cosa diversa da scrivere negli ultimi anni del ‘900 qualsiasi Jack Frusciante o City.


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