“Estremo Occidente”

copmjc“Estremo occidente” è un disco dedicato alla bellezza senza tempo del suono pianistico. Le registrazioni raccolgono 9 composizioni per pianoforte di Vittorio Nocenzi, ispirate a 9 esagrammi de “I Ching”. L’opera di un compositore contemporaneo che durante la sua vita artistica ha coniugato la formazione classica con un percorso rock di grande creatività. Essendo “I Ching” qualcosa di particolarmente esoterico e apparentemente casuale, anche le registrazioni hanno ricercato la stessa incidentalità, ricorrendo a soli tre take di ripresa sonora per ogni brano, secondo un criterio di istantcomposition (per ‘Wu Wuang – L’inaspettato’ un solo take). Un’ultima breve considerazione riguarda la dilatazione delle armoniche del pianoforte attraverso l’uso di un pedale, che è tenuto abbassato in misura molto più larga di quanto non sia consigliato dal galateo pianistico. Lo scopo è stato quello di consentire un ascolto diverso, come se l’ascoltatore potesse mettere l’orecchio nella coda del pianoforte, per sentire le armoniche delle corde esprimere il massimo della loro ricchezza timbrica.

In occasione dell’uscita dell’album, sono stati raccolti diversi contributi critici, che andranno a formare un testo di accompagnamento a questi esagrammi per pianoforte. Pubblichiamo qui di seguito, per gentile concessione dell’autore, la nota “Tre volte tre” di Tommaso Gazzolo.

“TRE VOLTE TRE”

di Tommaso Gazzolo

I

Il pianoforte suona mentre le città bruciano: A Berlino a Varsavia, a Riga, a Mosca, sino all’Estremo Occidente, bianco non-luogo di esagrammi, che esiste solo combinando il nome segreto dei nuovi dei che verranno.

Balza e salta in queste musiche, che sono nodi tra le lettere spedite laggiù, dove tre volte si viene inghiottiti nel ventre del pesce-balena, tre volte si muore, tre volte la vita cambia.

Suona, mentre Roma (Rom) brucia. Le note cadono su una radura lontana, in un mondo già finito: il musicista fa un inchino, a fianco del suo pianoforte gigantesco, alto come un albero dei boschi che ci hanno ospitato, nel tempo ora cenere, illusione di luce ed ombra. Le sue note cadono gocce di pioggia, calpestate, appena batton la terra, da cavalli d’Oriente in fuga come neri monaci (come le nubi del San Dominique): per tre volte tre, saltano come pesci nella mente del boia, questi accordi del dopo-estensione. La Storia del mondo si afferra solo negando la causalità.

Lo Spirito che possiede ancora, quasi per una dimenticanza delle Eumenidi, la coscienza dell’Europa, sentirà che queste note splendide giungono da un luogo dimenticato, l’Occidente ultimo, dove è rimasto un grande pianoforte in mezzo al mare, nobili uomini succhiano long han, dove il Mekong nasconde nelle proprie acque il sangue e le pelli prese dalla Vistola; il musicista si prende cura di ogni istante di musica, lo fissa per l’eternità, eterna la sua preoccupazione del tempo.

Proscritto del Re, dopo che il crepuscolo si è compiuto alla finestra di una biblioteca di Siviglia, dietro il popolo dei ratti: amore, mio amore lontano, solo la conquista ci è data ancora, nonostante il Reisenverbot che ha ucciso il filosofo, dietro il suo sorriso e le foglie rosse dell’autunno, bruciato nella città, fuggiasco (bruciato fastidito, ma senza condanna, di cui non ha più bisogno un mondo amministrato di eguali). Place d’autruy, dove Cristo, dall’Appia, indica la croce: il sangue ti ha inghiottito, tre volte la vita del musicista è cambiata, tre volte catastrofi che nessuna generazione aveva mai conosciuto si sono abbattute sulla strada del pescecane – der Weg in der Wage. Tre pesi sul fondo del lago, dentro tre cerchi di musiche: requiem, canzone dei pirati (uomini trascendenti, che-jen), forma fugata.

II

Libertà immortale, che non è più, suona lontano, accompagna la notte sui monti della Pieria, dove le vacche ambrotoi riposano nelle stalle, e va per le vie dello stagno che distano tre giorni: una donna morta sulle rive di Enez Eusa dall’arme romane, imperium per rinuncia dell’antico Oriente, partorisce la nuova Athena, Monna Primavera, che incanta i demoni.

Questo splendido Nord, un pianoforte lo mette in forma, senza poter dire, come scriveva Jung, se la bussola funziona o è impazzita.

III

Conduce fuori il numero dispari da ogni accordo, nella notte delle dee fredde, via della mano sinistra: Noi siamo i figli della grande distruzione, di un terrore dimenticato, di mondi dissimili.

Esagrammi della terra da cui ci hanno strappato: prima del loro suono, l’eco. L’inaspettato è un sorriso (eutrapelía) sotto la barba nera: O, pesciolino mio (c’mon, small fry), pregò il poeta nella cella, sopra al terzo cielo – “Formica solitaria d’un formicaio distrutto”, canto LXXVI -. Queste nove composizioni sono loro stesse estreme, con il loro mattino e la loro sera insonne tra il nero dei tasti che, dolce, invita alla nobiltà: le nostre parole sono spettri del passato, che vive solo grazie al sangue, mentre muoiono come cavallette, fuori della storia – Parigi, 17 Agosto 1943 – . Ciò che è esistito, non esiste più. Quello che abbiamo vissuto, non è più la nostra vita. Fissai la carta geografica, per notti intere, cercando il luogo di quella musica: sotto l’inverno geometrico di Brienne o nel villaggio di Freiberg, dove nacque il Münchkalbe? No, ora si vedono solo rovine, come nel nostro Tevere: l’Estremo Occidente è più ad Est, oltre il confine originario della civiltà, dove attendono alla guerra i nobili padroni. A noi attendono millenni di Ming-ti, di mondo come preda di agnelli postnapoleonici: la loro pace di incinerazioni, come un grande rogo di libri: Horche und leide!

IV

Questa musica mi ferirà per sempre, straziante dolore e poi forma dell’ordine, antica battaglia in un campo aperto, il quale è un vincolo che lega, in un suono, la nostra ultima luce.

***

P.S. Le pagine di “tre volte, per tre” sono estremamente realistiche, ma oscure. Non tutti i testi, infatti, si possono leggere piacevolmente. Ciò che è esoterico non può essere detto a chiare lettere, proprio come la natura di queste composizioni: le musiche di Nocenzi cadono sotto la pioggia, quasi impercettibilmente, cucendo la luce e l’ombra insieme. Come riusciva a farlo – mi chiesi – senza ferirsi le dita? Riesce, a taluni artisti. A Guido Zingari (17 gennaio 1949 – 6 Aprile 2009), che trovò la morte tra le rovine d’una città, dedico questo mio commento. Talvolta, non è sbagliato suonare il violino mentre Roma brucia.


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