Italy, 1980. Il successo di Umberto Eco, ingegnere del best-seller

da La Stampa del 25 marzo 1995, articolo di Oreste del Buono.

ecoNel redigere “La strategia dei best-seller” in Pubblico 1982 (Milano Libri, 1982), Alberto Cadioli dichiarava che l’apertura degli Anni ‘80 non aveva mutato il panorama delineato per il 1978-1979. <Nel 1980 tra i best- seller ricorrono i nomi di Piero Chiara (che nel 1980 non pubblica nulla ma prolunga il successo di Una spina nel cuore uscito alla fine del 1979), Alberto Bevilacqua (La festa parmigiana), Luca Goldoni (Dipende), Giovanni Arpino (Il fratello italiano), Carlo Cassola (Vita d’artista e La morale del branco), Fulvio Tomizza (L’amicizia), Nantas Salvalaggio (Rio dei pensieri).

Tra i piu’ venduti di narrativa italiana, Carlo Fruttero e Franco Lucentini (A che punto e’ la notte, uscito alla fine del 1979) e Luce d’Eramo (Deviazione, uscito nel 1979 ma lanciato verso il successo tra il 1979 e il 1980). Ma, soprattutto, il 1980 si caratterizza per il consenso di critica e pubblico nella seconda meta’ dell’anno a Il nome della rosa di Umberto Eco…>.

Nessuna obiezione da fare, tranne che, per l’esattezza, il 1980 non era l’apertura degli Anni Ottanta, ma la chiusura degli Anni Settanta. Il successo del best-seller di Umberto Eco avrebbe, comunque, dominato gli Anni Ottanta almeno sino all’apparizione sul mercato nel 1988 del secondo best-seller di Umberto Eco, Il pendolo di Foucault che avrebbe aggiunto successo a successo per il tormento degli invidiosi. Cadioli non commetteva l’errore comune a vari critici di giudicare un peccato da condannare il successo di Il nome della rosa. Lo commentava, infatti, insieme con il successo arriso quasi nello stesso periodo al Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino (Einaudi, 1979). <Calvino, con Se una notte d’inverno un viaggiatore, e’ stato per undici settimane al secondo posto assoluto, dopo Un uomo di Oriana Fallaci, nella classifica dei best-seller. Lanciato nella tarda primavera (che ora per gli editori costituisce un periodo favorevole, introducendo alle letture estive) e’ diventato un ”caso” per l’intelligenza che richiede al lettore, coinvolto a sviluppare la tecnica del racconto. Su questa intelligenza ha anche giocato l’editore, puntando inizialmente su un pubblico colto che aprisse il caso e trascinasse nuovi lettori (la pubblicita’ di Einaudi riportava una frase di Citati che definiva il romanzo di Calvino ”il piu’ ricco, il piu’ frondoso, il piu’ complicato, il piu’ inquieto, fra i suoi libri”). E sull’intelligenza richiesta al lettore, che non poteva limitarsi a consumare la narrazione, hanno puntato gli organi di stampa che via via si trovavano a parlare del libro.

Molto piu’ scoperte le mosse di Bompiani per lanciare Il nome della rosa di Umberto Eco su diversi segmenti di lettori. A una pubblicita’ che richiama, in un sapiente gioco, il passato (e nello specifico il Medioevo, per il quale e’ proprio di questi anni, anche grazie agli articoli di Eco sull’Espresso, un rinato interesse) e il futuro (quindi la fantascienza) si affianca una sovraccoperta con l’immagine del labirinto di Reims e una breve spiegazione di esso; e infine una quarta di copertina che afferma esplicitamente tre modi di lettura, quindi tre possibili aree di lettori…>.

La pubblicita’ per Calvino cercava di adulare e sedurre i critici a fare i garanti di un’opera in grado di onorare il lettore per il fatto stesso che la leggeva e di trasformarlo, in un certo senso, in un eletto, quasi in un pari dell’autore.

La pubblicita’ per Eco era piu’ franca, si rivolgeva direttamente al lettore proclamando quello che lo aspettava nel libro, descrivendone la struttura, arrivando persino a denunciarne le parti apparentemente meno interessanti, ma essenziali a nutrire l’azione. Come offerta non c’era confronto, Umberto Eco pareva divertirsi, convinto della buona causa, a vincere una sfida sostenuta con la sua simpatia ancor prima che con la sua cultura addirittura imponente e la sua innegabile maestria. <Non c’e’ dubbio> , ammetteva Alberto Cadioli nel bilancio gia’ citato sulla strategia dei best- seller, <che il testo abbia una rilevanza notevole: la narrazione e’ sapientemente costruita, tanto da far parlare di ”ingegneria letteraria”. L’autore conosce bene le tecniche del racconto per averle scavate, da critico, nella loro struttura piu’ interna, e ha saputo a sua volta ricreare una macchina narrativa di precisione. Il lettore e’ travolto dalle dotte disquisizioni, e’ incuriosito dal ‘’sapere” che circola in ogni pagina, e’ soprattutto avvinghiato dal desiderio di capire, come in ogni giallo, chi e’ l’assassino. Ma tutto cio’ non basta, non sarebbe bastato senza il ”caso” editoriale che ha sfondato i muri che tengono intere fasce di potenziali lettori lontani dal testo.

Per questo anche Il nome della rosa, cosi’ come Se una notte d’inverno un viaggiatore (opere di grande interesse che non hanno nulla in comune con la tradizionale narrativa di consumo) costituiscono pur sempre una tappa nella politica del best-seller…>. L’insistenza di Cadioli nel citare Italo Calvino accanto a Umberto Eco era lievemente sospetta, come se si preoccupasse di confermare che anche Umberto Eco, nonostante le sue molte curiosita’, le sue molte passioni, le sue molte attivita’, era pur sempre da considerarsi appartenente all’alta letteratura. In quel momento, infatti, ferveva una discussione su best-seller di prestigio e best-seller di consumo. Elsa Morante con La Storia (Einaudi, 1974) era stata appoggiata nel raggiungimento del successo economico e nella conferma del prestigio dall’impegno personale di Giulio Einaudi. Oriana Fallaci, invece, nonostante fosse autrice di almeno due best-seller, Lettera a un bambino mai nato (Rizzoli, 1975) e Un uomo (Rizzoli, 1979), aveva ancora da accusare i vertici della sua casa editrice di mancanza di rispetto per i suoi libri. In una memorabile intervista concessa a New York a Ennio Caretto per Tuttolibri (8 marzo 1980) si era sfogata: <Il nuovo direttore editoriale della Rizzoli parla di autori di lunga presenza in libreria, di libri economici, di classici di sicura tenuta. E che cosa sono i miei best-seller se non costanti long- seller, cioe’ libri che durano attraverso gli anni, anche in edizione economica? Ma se anche Penelope alla guerra, un romanzetto giovanile, di quasi venti anni fa, uno di quelli che si vorrebbero sempre riscrivere, femminista ante litteram, nella Bur ha appena venduto 150.000 copie! Ci sono librai che protestano perche’ non lascio ristampare anche Il sesso inutile o Gli antipatici…>. Continuavano ad arrivare nelle case editrici in crisi i manager provenienti da altre industrie e Oriana Fallaci reagiva a un’intervista concessa sempre a Tuttolibri da Salvatore Di Paola, rinfacciandogli le sue cifre: 800.000 copie per Lettera a un bambino mai nato, 600.000 (e stavano salendo) per Un uomo, 282.000 per Niente e cosi’ sia, 300.000 per Intervista alla Storia. <Lettera a un bambino mai nato, ha sfondato in ventiquattro Paesi>, diceva Oriana Fallaci, <e Un uomo lo segue sulla stessa strada. Ma il nuovo direttore editoriale della Rizzoli lo considera ”un miracolo”. Devo essere una santa perche’ da anni ormai questi miracoli li ripeto sempre. Intervista con la Storia, buon giornalismo si’, ma non importante come Un uomo, un miracolo, Niente e cosi’ sia sul Vietnam, un soggetto difficile, no? Un altro miracolo. E in quell’intervista a Tuttolibri neanche una parola su di me. A leggerla si direbbe che e’ di un funzionario di una casa editrice concorrente. Dico io: se tace per dispetto, e’ come il marito che si taglia i coglioni per far dispetto alla moglie…>. Salvatore Di Paola non le era piaciuto dal primo incontro. Quando glielo avevano presentato, lei sapeva che sino al giorno prima era stato il direttore del personale alla Rizzoli e precedentemente aveva lavorato sempre come direttore del personale alla Honeywell e alla Olivetti. Cosi’ gli aveva detto: <Allora io posso diventare direttore della Nasa, prendere un’astronave e andare sulla Luna…>. Oriana Fallaci, ricordandolo, diventava sempre piu’ amara: <Riuscira’ a compiere il miracolo di far perdere alla Rizzoli il suo autore numero uno. Non e’ ammissibile che un autore come me sia offeso dal direttore editoriale della propria casa. Non dimentichiamo che a questa casa editrice non ho dato solo successo in prestigio e denaro, ho dato la mia vita e la mia cultura da quando faccio questo mestiere: vi entrai che avevo diciotto anni…>. Tanta amarezza, ma anche tanto orgoglio, in una battuta formulata come un’informazione a parte: <Dai, trattiamola bene, dicono i tipografi della Rizzoli, e’ lei che ci fa pagare gli stipendi…>.

La Bompiani non era piu’ del conte Valentino Bompiani, ma il conte ne era ancora presidente onorario, e qualcosa dell’antica sapienza evidentemente restava, anche se la casa editrice era ormai trasferita con altre case editrici nella dimora del Gruppo Fabbri. I suoi funzionari editoriali, comunque, erano ancora gente in grado di leggere i libri e di parlare con i loro autori, di non fare sbagli con loro. Vittorio Di Giuro, direttore editoriale della Sonzogno, aveva ereditato, dopo la mia partenza da via Mecenati per incompatibilita’ di carattere, anche la direzioneeditoriale della Bompiani, ma un giorno Umberto Eco gli si era rivolto piu’ come a un uomo della Sonzogno che come a un uomo della Bompiani, portandogli in lettura un grosso dattiloscritto e dicendogli con disarmante civetteria e toccante falsa modestia: <E’ un romanzo. Se lo pubblicasse la Bompiani, qualcuno potrebbe dire che me lo pubblicano perche’ gia’ pubblicano i miei saggi>. Vittorio Di Giuro, lette tutte di seguito le cinquecento e piu’ pagine, aveva dichiarato: <Nessun dubbio, lo deve pubblicare la Bompiani…>. Cosi’ si erano presentati lui e Umberto Eco all’ingegner Giorgio Manina allora al vertice del cosiddetto Gruppo Fabbri, ovvero della Fabbri propriamente detta, della Bompiani, della Sonzogno, dell’Etas Libri, e forse anche di altre case editrici minori di cui mi sfugge il nome e avevano proposto: <Prima edizione: 80.000 copie…>. L’ingegner Giorgio Manina proveniva, credo, dalla direzione di un grande cementificio ed era ossessionato dalle rese, proclamava di voler raschiare il fondo del bidone, era la sua parola d’ordine, ma aveva anche il gusto della sfida. L’aveva accettata senz’altro. Il vero inizio dell’operazione Il nome della rosa era stato semplice. Il seguito fu ugualmente semplice. I lettori presero sul serio le indicazioni della quarta di copertina de Il nome della rosa e molti critici non fecero eccezione, praticando la prospettiva della fruizione illimitata, potenzialmente inesauribile. Presentando cinque anni dopo l’uscita del primo romanzo di Umberto Eco un’antologia di Saggi sul Nome della rosa (Bompiani, 1985) il curatore Renato Giovannoli avrebbe dato conto dello straordinario interesse della critica internazionale per quel libro, asserendo che si era rivelato <qualcosa di piu’ di un romanzo di successo: un libro di culto su cui esercitare la preghiera della decifrazione alla ricerca di infiniti significati e infine di un Senso… In un certo senso, Il nome della rosa e’ la Bibbia dei nostri tempi: libro continuamente interrogato, non soltanto per gusto enigmistico, ma anche per ottenere risposte ai problemi fondamentali dell’esistenza umana… Il confronto non sembri esagerato o irriguardoso, si sta parlando della ”Bibbia dei nostri tempi”, tempi apocalittici, cioe’ anticristi; Il nome della rosa (e cio’, naturalmente, non toglie nulla al suo valore letterario) e’ una ‘’scimmia della Bibbia”, una Bibbia parodistica che non puo’ e non vuole dare risposte definitive: l’unica che si meriti la nostra povera postmodernita’…>.

Tirando piu’ recentemente le somme della critica de Il nome della rosa, Margherita Ganeri ne Il caso Eco (Palumbo, 1991) ribadisce questa indicazione di postmodernita’. L’artificiosita’ del costrutto narrativo e’ proposta dall’inizio in modo che la critica non possa evitare di prenderla in considerazione. Tutto, ma non esattamente tutto, e lo si imparera’ approfondendo la conoscenza del libro, e’ fondato, come elenca puntigliosamente Margherita Ganeri, <sul recupero e sul riciclaggio di stilemi abusi, sul montaggio e sulla decostruzione di stan ards, cliches, topoi, stereotipi, frames, sceneggiature, citazioni, rimaneggiamenti, variazioni, parodie, rifacimenti, ricostruzioni. Paradossalmente, quel che distingue Il nome della rosa da un testo standardizzato e’ proprio il fatto che lo standard sia dichiaratamente tale, e sia visibile per eccesso, poiche’ il testo e’ interamente costruito su standards. Niente (o quasi) ne Il nome della rosa e’ originale, ma cio’ non toglie nulla all’originalita’ (e alla sottigliezza intellettuale) dell’operazione. Tutto cio’ che nel romanzo si presenta come artisticamente vero, e’ invece, secondo i parametri dell’invenzione, falso, cioe’ copiato, rifatto, riprodotto. E quindi e’ falso perche’ e’ vero, perche’ la sua esistenza e’ attestata dalla tradizione. La non-originalita’ del testo, che da una parte rende riconoscibile il racconto, dall’altra ne rivela la falsita’. Ma allo stesso tempo la ”falsita”‘ non impedisce la nascita di un prodotto dotato di una propria autonoma originalita’. Il nome della rosa e’ l’esemplificazione evidente fino alla lettera del concetto echiano per cui ”i libri parlano sempre di libri e attraverso altri libri”. Per questo il narrato e’ presentato come artificio…>. <Mi chiedo se postmoderno non sia il nome moderno del Manierismo come categoria metastorica>, medita lo stesso Umberto Eco in Postille al Nome della rosa nel numero 19 di Alfabeta e poi in appendice alla prima edizione nei Tascabili Bompiani del suo capolavoro nel 1983: <La risposta postmoderna al moderno consiste nel riconoscere che il passato, visto che non puo’ essere distrutto, perche’ la distruzione porta al silenzio, deve essere rivisitato con ironia, in modo non innocente…>. Nonostante o forse grazie l’artificiosita’, Il nome della rosa risulta anche un grande autoritratto d’autore, struggente, ma non ancora completo. Il resto arrivera’ nel 1988, quando, cominciando a scendere le vendite de Il nome della rosa, si comincera’ a parlare del secondo romanzo di Umberto Eco. La strategia editoriale per Il pendolo di Foucault sara’ del tutto diversa da quella usata per Il nome della rosa cosi’ sicura ed elegante. Questa volta sara’ movimentata ed accidentata al punto di arrogarsi un ruolo da protagonista. Tempi ormai cambiati nel mercato librario. Successo che si aggiungeva a successo. Ma anche lotta tra due libri persino avversari. Il pendolo contro la rosa.


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