di Mario Zonta

Nel giugno 1968 Andy Warhol rischiò di morire in seguito alle ferite inferte da arma da fuoco utilizzata da una frequentatrice della Factory, Valerie Solanas, particolarmente attiva in un movimento femminista alquanto estremo, denominato Scum, che aveva come simbolo delle forbici e come scopo l’eliminazione fisica del “Maschio”.
Andy passò sei giorni in coma, era “clinicamente morto”, come recitava il quotidiano bollettino medico. Con fatica, Andy guarì, ma il trauma di quell’avvenimento rimase e non era facile esorcizzarlo. Inizialmente l’idea di Women in Revolt è stata anche da parte di Paul Morrissey, un tentativo ulteriore di esorcizzare tutta la vicenda caricandola di significati paradossali e comici. Morrissey ci ha abituati al suo stile: “lui fotografa senza mai indietreggiare di fronte a nulla, neanche alla più dura delle situazioni che riguardano le moderne subculture umane. Ci racconta la vita e il degrado di derelitti, prostitute/i, drogati e outsiders vari della vita cosmopolitana e non”.
Women in Revolt è stato spesso definito come il primo film politico di Morrissey, autore che generalmente evita di fare film direttamente e convenzionalmente “politici”. Nei suoi film la politica è usata come il sesso: sempre in situazioni grottesche e comiche. Ma, semplicemente, il suo modo di fare cinema è un atto politico: la politica del non-politico. Fare un film indipendente, non commerciale o spesso anti-commerciale, è un atto dalle forti componenti politiche. Soprattutto se fatto da chi, come Morrissey, ha nel suo DNA un’intensa e naturale propensione al coinvolgimento sociale. La sua è anche ed essenzialmente, la ribellione delle energie dell’immaginazione contro la repressività dell’industria macro-fantastica di Holliwood. Women in Revolt ne è un esempio non isolato.
Women in Revolt è un’ambivalente commedia sulla liberazione femminile (1971), ma non va dimenticato che la chiave dei film di Morrissey, quasi il denominatore comune, è la critica alla “Civilizzazione Americana”, espressione che nel contesto può essere vista come un ossimoro tipo “gamberetti giganti” o “senso comune”.
Ma veniamo al film: tre donne si ribellano contro varie forme di oppressione esercitata nei confronti del loro genere e decidono di fondare un Movimento Femminista denominato PIGs (Politically Involved Girl), termine che può sembrare sessista ma un movimento allora esistente e attivo si chiamava SOW (Society Of Women) che significa “scrofa”. Per non parlare ancora del movimento in cui era attiva Valerie Solanos che era denominato SCUM (Society for Cutting Up Men), la cui traduzione sembra superflua.
Le protagoniste del film sono tre istrioniche travestite, le più famose e celebrate: Candy Darling, Jackie Curtis e Holly Woodlawn che interpretano tre molto impegnate femministe. Un salto mortale la loro interpretazione? Forse un parossistico doppio o triplo salto mortale, ma vediamo un po’ le loro “evoluzioni”. Sia nei loro propositi ed enunciazioni iniziali, che nei loro destini, le tre eroine proiettano uno spettro allucinato di sensibilità femminista. La leader, la più appassionata, ardente ed articolata femminista è Jackie Curtis che dice: “Siamo stanche di essere sfruttate!”. La vergine Jackie cerca di trascendere i bassi istinti delle colleghe constatando amaramente: “Candy è interessata solo alla fica, Holly al cazzo… io sono interessata a qualcosa di più… intangibile”.
Fedele ai suoi convincimenti politici, Jackie usa un casalingo uomo di casa (Dusty) che ha il compito di metterle lo smalto alle unghie e fare le pulizie. A parte lui, ha bandito ogni altro uomo dal suo appartamento e il povero incolpevole fioraio che le recapita una pianta, regalo di Holly, viene aggredito: “Porta le tue palle fuori di qui!”
Jackie insegna ad Holly che le donne sono “più divertenti intellettualmente e spiritualmente”… e ancora al suo uomo delle pulizie dice: “Non lo sai che c’è qualcosa di molto più bello di quel coso che hai tra le gambe? Non sai della Liberazione Femminile?… La fica è meravigliosa… lo sai che i maschi sono inferiori alle donne?”.
Ma Jackie tradisce la sua stessa causa facendo sesso a pagamento con Mr. America (Johnny Minute). Inizialmente lo guarda con commiserazione “vittima della cultura maschile” perché anche lui, come le donne, è un oggetto sessuale. Ma lei lo paga per scoprire le novità del sesso con gli uomini di cui ha tanto sentito parlare dalle sue amiche e lui la costringe ad un rapporto orale che lei esegue disgustata: “alle donne dovrebbe piacere tutto ciò?” E per enfatizzare la sua fallimentare iniziazione, la macchina da presa si sofferma a lungo sul sesso dello stallone artigliato dalle sue unghie rosse. In seguito avrà un breve e momentaneo ripensamento dopo un rapporto un po’ più tradizionale e generoso da parte dello stallone. Ma subito, abbandonata a se stessa, con un bambino e la Causa femminista da portare avanti, si sfoga con la madre durante un’esilarante conversazione telefonica: “… come lesbica almeno ero felice”.
Le altre due eroine interpretano variazioni sul tema del distruttivo selfservice di Jackie.
Candy Darling è un’annoiata e ricca debuttante che mette il suo glamour e il suo stato sociale a disposizione del movimento PIG sperando di averne in cambio un lancio per la sua carriera cinematografica. Ma non va molto al di là di qualche filmetto italiano di serie B, dal titolo significativo “Fornication”. In una scena finale una giornalista lesbica (ovviamente interpretata da un uomo) del New York Times le toglie ogni velleità e ipocrisia, ricordandole di sordidi passati di incesto col fratello e la rimprovera di non aver assistito al funerale dei genitori che, per la vergogna, si erano suicidati. La reporter è a caccia di nuove scandalose confessioni: “il pubblico vuole lo sporco”. In un crescendo di insulti la giornalista se ne va trionfante lasciando la derelitta piangente sul pavimento. Holly inizialmente si ribella alla sua dipendenza da un uomo. Nella scena iniziale combatte contro il suo possessivo amante insultandolo e scacciandolo, ma alla fine non può farne a meno e nonostante i buoni consigli lesbici di Jackie, il suo punto debole sono gli uomini di cui non può fare a meno e che cerca con un’ossessività da ninfomane ad ogni occasione e finirà alcolizzata a spulciare tra la spazzatura (destino già scritto).
Tutte e tre queste donne liberate rimarranno intrappolate nei loro ruoli socio/biologici. O forse no? Le tre eroine progioniere del loro ruolo sono interpretate da tre travestiti e pertanto uomini che, nonostante i loro sforzi, rimangono incapaci di diventare donne, “women”… quanto alla rivolta, poi è ancora un altro discorso…
Come abbiamo già detto, il film richiama direttamente il tentato omicidio di Warhol da parte di Valerie Solanas. Pìù il tema è sentito intimamente, tanto più il tono di Morrissey si fa stralunato, beffardo, atto a rifuggire ogni livore e garantire l’imparzialità dell’istanza narrante. Un equilibrio tra leggerezza e pesantezza che rappresenta il miglior contributo di Morrissey al rinnovamento e superamento della commedia holliwoodiana classica.
La prima proiezione ha avuto luogo al cinema Malibu di NY il 16 febbraio 1972. Nonostante i successi dei film precedenti, Andy e Paul non riescono a trovare un distributore per il film e provvedono autonomamente. Durante le proiezioni alcuni collettivi di femministe organizzano vibranti proteste. All’inizio, il film si maschera come un prodotto di consumo femminile con tanto di schermo rosa, musica di archi e pianoforte che nemmeno Vincent Minnelli si sognerebbe, poi i nomi delle stars occupano interamente lo schermo. Ma il genere del film viene immediamente contraddetto dalla prima battuta che introduce il tema proibito dell’incesto. Sedendo a gambe incrociate su un divano, Candy Darling dice al fratello di essere oppressa dal senso di colpa e dalla paura che il loro rapporto possa essere scoperto dai genitori. E’ dunque dal peccato, da una macchia nella coscienza personale che fa eco a quella classe agiata a cui appartiene, che il film comincia (…)
I tre protagonisti
Candy Darling
Candy probabilmente nasce il 24 novembre 1944 a Brooklyn e il suo vero nome era James (Jimmy) Lawrence Slattery. Cresciuta a Long Island, si è presto spostata a NY dove ha iniziato a svolgere un’attività di attrice di cinema e teatro “underground” con il suo primo pseudonimo, Hope Slattery. Ossessionata dalla bellezza e il fascino delle dive che aveva visto e studiato nei film passati alla televisione, ha cominciato presto a truccarsi e vestirsi da donna e a farsi dare delle massicce dosi di ormoni che si iniettava con ingordigia. Il risultato è stato che presto si è trasformata in una bellezza assolutamente femminile e piena di glamour. Purtroppo questo eccesso di ormoni le ha anche creato gravi e irreversibili scompensi, in particolare al fegato, che l’hanno portata alla morte non ancora trentenne, il 21 marzo 1974. Fu fotografata dai più grandi fotografi del suo tempo, famose le sue foto fatte da Cecil Baton e Avedon. Oltre al cinema underground, Candy ha partecipato a qualche film commerciale, uno per tutti: Una squillo per l’ispettore Klute con Jane Fonda. Lou Reed si è ispirato a lei nella sua famosa canzone “Candy Says”.
Jackie Curtis
Nasce a NY il 19 febbraio 1947. Il suo vero nome era John Holden Jr. Ha iniziato a metà anni ‘60 la sua amicizia e collaborazione con Warhol e Morrissey, tanto che è già in Flesh al fianco di Candy Darling. Tuttavia il teatro era il genere preferito e ha scritto e interpretato molti testi da rappresentare in piccoli teatri di Broadway, in ristoranti e locali pubblici. Lavorò soprattutto con Candy , Holly e Divine ma pochi sanno, che in una sua pièce, ha recitato Robert De Niro. Infatti a lei si ispirerà De Niro nel tratteggiare il personaggio del travestito (interpretato da Seymour Hoffman) nel suo film Flawless. Di sé amava dire: “non sono un ragazzo, non sono una ragazza, non sono gay, non sono etero, non sono una drag queen, non sono un transessuale, sono solo io, Jackie!”. E’ morto il 15 maggio 1985, a New York, in seguito ad un’overdose di eroina.
Holly Woodlawn
Holly, unica delle tre ad essere ancora viva, è nata a Portorico nel 1946 e il suo vero nome è Harold Ajzemberg. E’ stata l’ultima ad entrare nel gruppo delle travestite della Factory e il suo film culto rimane senz’altro Trash con Joe Dallesandro. Ha recitato e cantato senza sosta, spesso in teatri improvvisati e spesso in compagnia delle sue amiche Candy, Jackie e Divine. Ha scritto una divertente autobiografia “A low life on Hy Hills” (una vita bassa sui tacchi a spillo) che ha trovato distribuzione anche in Italia. A lei è dedicato il primo verso “Holly came from Miami” della famosissima Walk on the Side di Lou Reed. A chi le chiedeva come volesse essere chiamata, se al femminile o al maschile, lei rispondeva: “se mi vedi in jeans chiamami “lui”, se mi vedi in drag e tacchi a spillo chiamami un taxi”.
