
“Nel 1968, dopo sette anni e una ventina di canzoni senza successo, avevo deciso di completare gli studi in legge. Fu Mina che, interpretandola con la sua voce miracolosa, mi rincuorò. Così decisi che non sarei stato un pessimo avvocato, ma uno scrittore di canzoni”
(F. De André)
di Tommaso Gazzolo
Un sole disturbato e immobile, mentre passeggiamo sulle strade in barocca salita-discesa, noi genovesi, lasciamo, impercettibilmente distratti, uno sguardo veloce al mare: scontente api mandevilliane1, uomini diversi2, tumultuosi impolitici (ossia facchini e carbonaj)3: inutile quasi, oggi, riprendere tutti gli splendidi versi che ci hanno cantato. Durante il funerale di uomo (una piccola chiesa sconsacrata) di un pittore di Corso Dogali4, d’inverno gennaio come questo, qualche anno fa, con i nostri occhi chiusi, i cappotti blu, fumando sul sagrato abbiamo ascoltato le note di Coda di Lupo. Nessun dio lo avrebbe accompagnato meglio di quel quand’ero piccolo mi innamoravo di tutto, correvo dietro ai cani… Nemmeno quel pittore che ci prendeva in giro5avrebbe creduto a un dio senza fiato. Questa mattina, intorno al mezzogiorno, fai girare un disco di Fabrizio De André, per i suoi non-diecianni: solo per te che lo hai amato, con la sua voce che solo un genovese poteva avere, profondamente calma e astratta, ed insieme tanto sola e dolorosa. Non campanilismo, ma l’ombra amica di uno degli uomini chiusi di questa città, cui solo chi vive in questa città, tra Albaro e Castelletto, tra Pegli e la riviera, sa come rivolgersi. Noi genovesi di studi, dei palazzi borghesi, delle case buie e ampie di via Caffaro, noi che abbiamo spesso sentito parlare, abbiamo conosciuto quelle ombre amiche, di cui gli Incontri di Bianca Montale ci hanno lasciato dolci ricordi6. Proprio una parente del poeta, ha intrecciato le figure a me familiari con quelle del poeta – precauzionalmente cantautore7- : il padre, filosofo e politico, Giuseppe De Andrè, “con un timbro di voce che avrebbe reso celebre Fabrizio”, “Il Capo”, innamorato dei maudits francesi, con la mia parente Emilia Morelli (per me, da bambino, sulle alture di Teglio, la vecchia cugina “Milla”8), figlia del senatore del regno, la professoressa di storia del Risorgimento, forse la migliore interprete di Mazzini in Italia, con la sua Alfa Romeo9. E chi, tra noi giovani studiosi, avvocati, praticanti, professionisti, non ha sentito i ricordi e i racconti, dai nostri domini, negli studi legali, nel Tribunale di Piccapietra, del genio di Mauro De André, delle sue notte passate a giocare a carte? La borghesia di questa città, che non capirete se non sarete anche voi degli strani Bartleby, dei giuristi e dei poeti, che ama più di tutte Bocca di Rosa, proprio come il suo autore. Non è in Via del Campo che dovete cercare Fabrizio De André, ma nei cappotti intellettuali e borghesi della nostra città, in chi tra le mani ha quel giocattolo tecnico che è la poesia, che è la letteratura. Noi ci riprendiamo il nostro cantautore, e non lo lasciamo alla vulgata idiota degli “abbandonati”, dei “derelitti”, vaga espressione con cui l’ideologica critica musical-politica vorrebbe pensare ad un poeta anarchico del popolo. Quale popolo? Quello di Via del Campo, dei vicoli negri e latini?10Purtroppo per il volgo, nemico e odioso11, la parola è prezioso segreto degli intellettuali, come lo è De André, come lo sono quei visi di incontri di Bianca Montale: borghesi di palazzi ricchi, di raffinata storia italiana, di lusso nascosto negli armadi e poesia. Non ascolterete girare Rimini o l’invenzione linguistica di Creuza de ma nei vicoli, tra i figli di questo mondo che furono amati da De André con quel distacco genovese, in cui si incontrano opposti la compassione e l’ egoismo, pari a quello con cui il poeta ripensa al Carubba di Corso Dogali. Sappiate distinguere la poesia dall’oggetto della poesia: con tutto l’amore che si può avere per il personaggio che viene cantato, che viene difeso, con cui ci si schiera. Egli resta sempre un oggetto, un altro12. Nel suo essere irrimediabilmente Altro, il vinto sfugge all’essere intimo in sé, all’identificazione con l’Io del poeta: nessuna coscienza dell’altro come coscienza di sé, ma, in modo quasi inevitabile, i figli di questo mondo scivolano nella reificazione, nell’essere meri oggetti poetici. Anche in Pasolini si ritrova, per certi versi, la medesima ambiguità: il vinto non ha coscienza, e non viene neppure rappresentato: egli sta in uno spazio vuoto tra il sottoproletariato (Lumpenproletariat marxiano) che non è vinto in quanto è mero oggetto privo di coscienza, e l’intellettuale della crisi (l’Orson Wells della Ricotta13e il corvo di Uccellacci e Uccellini), il quale è astratto, è poeta, è, in fondo, borghese. La “maglia rotta nella rete”, per Pasolini, l’unico modo di rendere il vinto autocoscienza, e perciò intimo all’autore, è la religiosità: è soltanto l’incontro tra l’ Ospite ed Emilia in Teorema, in cui la teoria dialettica delle classi viene sublimata nell’ascensione e nel ritorno alla terra della serva (qui la dialettica, come si vede, ri-torna ad essere spirituale, da materiale), per mano di in un Dio come scandalo. Pasolini riesce, così, a far finalmente assumere all’Altro, al vinto, la posizione di Soggetto, di Io, ma soltanto da borghese: ossia attraverso la parola, il logos, il sacro. L’Emilia che ascese al cielo non ha più nulla a che vedere con i ragazzi di vita, con il Riccetto: è una creatura francescana, mistica, etica. Questa breve considerazione, per mostrare l’analogia con la poetica di De André: anche lui, sospeso in equilibrio tra sotto-proletari che restano sempre sullo sfondo, come meri personaggi in cerca d’autore (quello che ha venduto per tremila lire sua madre a un nano) e complessi intellettuali critici, borghesi, che lottano con la parola (quello di Amico fragile, o della Domenica delle Salme). Come in Pasolini, in una terra di mezzo si muove la disperazione e l’odio per il repellente piccolo-borghese14: questo è il concetto di “fascismo” nella poetica pasoliniana, questa è la storia di un impiegato di De André, il cui bombarolo è un’esplosione vuota, anti-partigiana. Quanto somigliano all’uomo tradizionale di Salvatore Satta15, un giurista, non a caso, cattolico. Come in Pasolini, De André trasforma il vinto da oggetto a soggetto soltanto ricorrendo alla via religiosa: l’unico Soggetto-vinto è Tito, il ladrone crocifisso della Buona Novella. Ma qui, nel suo testamento, il vinto si trasforma a sua volta in un raffinato teologo, in elegante discorso, logos, borghese. La vulgata ci ha donato un De André anarchico: strana Signorina, questa anarchia, la quale non ha più alcun richiamo bakuniano, forse s’avvicina a Stirner se non a posizione radicalmente di destra. In ogni caso, non è rivoluzione del popolo, ma rivolta del singolo. In ogni caso, è intrinsecamente linguaggio, discorso (logos), proprietà. Strana Signorina, questa anarchia, la quale non ha mai coscienza del politico, ma è discorso amoroso, per una Musa parnassiana (Se ti tagliassero a pezzetti), è individualismo che scivola – pericolosamente per gli studentelli post-sessantottini, per la ragazzaglia che ascolta i dischi del cantautore – dal tema dell’Autenticità a quello dell’Unicità, dalla crepuscolare filantropia borghese (Feuerbach) alla morale degli schiavi nietzscheana16. Dall’amore al sospetto, è questo il movimento di De Andrè verso il vinto, che non riuscirà a liberarsi dal suo essere oggetto e che qui trova la sua condanna. De Andrè lo ha condannato, proprio come avrebbe fatto un buon borghese. Ma, scusate, ascoltando girare questi dischi non voglio dir molto, in fondo: non è un attacco politico, né una polemica. Con questo sole tiepido, la finestra appena aperta, la amara nostalgia, non volevo che dirvi questo: a chi vuol avvicinarsi a De André, in questi dieci anni passati, dico soltanto di non spogliarsi della sua ipocrisia conformistica per farsi indefinito libertario, bensì di studiare. E studiare molto. Perché è dentro le canzoni di De André, è con i suoi passaggi di testo e paesaggi musicali, che la fatica della conoscenza paziente si ritrova. Non c’è improvvisazione. Non è arte, questa, da vaghi anarchici o da studenti distratti. È mestiere di vivere, e di verità. Non dopo, ma prima di De Andrè, dovrete trovare Rimbaud, Pound, Campana, conoscere la storia del nostro paese, le labbra di carne della primavera, le leggi dell’idrogeno e dell’ossigeno, i memoriali della conquista spagnola, il diritto e il rovescio della giustizia, degli Stati, la filosofia dell’illuminismo e le cronache locali dei fiorentini, la teologia agostiniana. Dovete conoscere più di quel che, non troppo bene, conosceva De André, per capirlo. Il lettore, in quanto intellettuale, deve conoscere più dell’artista, che intellettuale non è. Le orecchie devono sentire più di quanto la bocca abbia inventato. Perché è ai lettori che spetta ordinare ciò che l’artista si è limitato a creare, in un gesto misterioso. Un giorno, al di là delle idiote antologie scolastiche e dei dozzinali libri-pop che si sfogliano da Feltrinelli, sarà un libro di Incontri, molto borghese ed elegante, accademico e per pochi, a ricordare affettuosamente Fabrizio De André, come adesso vengono ricordati suo padre e suo fratello: lui non ha ancora ricevuto questo tributo, è ancora indietro e meno celebre, in questo senso, dei suoi familiari. Ma se ci riprenderemo i suoi meditati studi, forse potremo ancora salvarlo dall’essere un semplice manifesto popolare. Intanto, io credo, oggi, anniversario triste, a far girare i suoi dischi in salotto saranno i miei amici, figli di professori, avvocati, notai e medici, i giovani più brillanti dei licei, i gentiluomini, gli educati, i miei amori, le buone famiglie, le persone a modo, i padroni schivi, gli scrittori sconosciuti. Non certo i disperati e i poveracci.
