Prime visioni: Splice

La Baby-Salamandra del film

Splice pone delle domande: può l’uomo sostituirsi a Dio? Può Vincenzo Natali sostituirsi ad un regista? E ancora: se tua figlia è una salamandra, è peccato farci sesso?

di Gianmaria Patrone

Sono solo, al cinema, in prima fila, e assisto sbigottito allo strano spettacolo di due esseri transgenici a forma di pene (si tratta però, signori e signore, di peni coi denti) che si fanno a pezzi in una teca di vetro davanti a una platea inorridita. Due platee inorridite: quella che è parte del film, e quella che al film assiste. Se siete pure voi disoccupati e abitate a Parigi, allora non vi sto dicendo niente di nuovo, perchè Splice lo avete già visto, e magari, come il sottoscritto, in un martedì pomeriggio assolato e infestato da bui sensi di colpa. Se la dea bendata, in combutta con lo spirito di sopravvivenza, vi ha dato un posto di lavoro, certamente non vi siete goduti questo film di fantascienza canadese in salsa bio-etica e girato da tale Vincenzo Natali (già autore di The Cube, che non ho visto, né ho voglia di vedere), uno di quei film che poi esci rintronato dalla sala ed esclami “ma che pazzo, pazzo mondo è questo! La scienza deve porsi dei limiti! Non si può giocare a fare Iddio!”, tormentato da un numero di  riflessioni talmente banali da strangolarti con molti sbadigli carpiati.

Mi tocca farvi un riassunto della trama:

in un laboratorio canadese, in un futuro che tanto somiglia al nostro presente (yawnnn), una coppia di scienziati fricchettoni e melomani (Adrien Brody e Sarah Polley) sono pagati per creare delle forme di vita patchwork mischiando geni di banali creature terrene, con lo scopo di sintetizzare delle sostanze (proteine?) utili a combattere un certo numero di malattie genetiche. Ben felici di aver creato la graziosa razza dei peni dentati (vedi incipit a effetto), i due affiatati scienziati – lui capello lungo e giubbotto di pelle, una sorta di Val Kilmer ebreo laureato con lode, e lei, pure, laureata- vengono convocati dalla grande e cattiva e poco idealista società che li finanzia. E loro dicono, agitando forte i pugni: “Il cancro! Possiamo sconfiggere il cancro!” Ma niente. I cattivi portano la cravatta, e la più cattiva di tutte è una signora orientale francofona che manda stilettate dal fondo dei suoi grandi occhi obliqui. Dice: “Fermi tutti. Noi abbiamo le proteine che ci servono, e possiamo curare le vacche. Non possiamo rimetterci a fare ricerche sugli esseri umani, in primo luogo perché vorremmo fare qualche profitto, e poi perché sono cose che non si fanno”. Il naso di Adrien Brody si affloscia, deluso. Ma la di lui fidanzata – indomita valchiria in camice che cavalca in camice e indomita oltre le colonne d’Ercole della scienza e del buon senso- lo prende a parte e gli propone di lavorare a un altro progetto, in segreto. Leggi il resto di questo articolo »


Il fallo di Rasputin e la Rivoluzione d’ottobre

 

Che relazione c’è tra la Rivoluzione russa e il basso ventre del monaco siberiano? Tra la caduta dei Romanov e l’esoterismo? Un saggio accolto con scetticismo nel 1987, e oggi ristampato da Laverga, fa finalmente luce su uno degli episodi più controversi della storia contemporanea europea.

 

di Lorenzo Tosa

Lo scorso giugno, vagando tra gli scaffali di una libreria remainder di Milano, mi sono imbattuto nel saggio di un autore assai di culto tra gli esoterici. Una rigorosa analisi storico-antropologica che cercava di spiegare le rovinose conseguenze che ha avuto il fallo di Rasputin sulla rivoluzione bolscevica del ’17. L’assunto di partenza è sintetizzabile così: come ha fatto questo allampanato starec dallo sguardo truce, erotomane e alcolizzato, con un discutibile livello d’istruzione, questa via di mezzo tra Nostradamus e Rocco Siffredi con una cesta di peli pubici sotto il mento e al posto della faccia un modello in scala ridotta dei danni prodotti dal napalm nella foresta vietnamita, a mettere insieme in soli sette anni la più grande collezione di zarine a novanta gradi che la storia ricordi? Leggi il resto di questo articolo »


La Disney ha fatto cose terribili

Il gobbo in uno dei rari momenti di giubilo

 

C’è qualcosa di perverso e terribile nel messaggio del finale Disney: il gobbo cartone animato, a differenza del personaggio del libro di Hugo, non ha ritardi mentali, è solo deforme. E quel sorriso ha un che di agghiacciante, sembra un’ammissione. “Non posso averla, perché prendo atto di essere uno scherzo della natura e di non avere alcun diritto di provare dei sentimenti o voglie”.

di Sara Boero

L’altro giorno mi è capitata per caso sotto gli occhi una sequenza del “Gobbo di Notre Dame”, la trashissima trasposizione Disney uscita nelle sale quando avevo 11 anni poco più poco meno.

Complice un viaggio a Parigi, all’epoca presi la stoica decisione di “leggere il libro prima di vedere il film”. Ah, Hugo, una lettura davvero adatta per il primo anno di scuole medie e consigliata da generazioni e generazioni di educatori. Mi chiedo: nessuno faceva caso alle mie letture deviate, quando ero bambina? Nessuno cercava di fermarmi? Comunque.

Il libro era incantevole. Ecco tutto quello che ci ho capito all’epoca: prima cosa, tre uomini che desiderano (DESIDERANO, non AMANO) la stessa donna, una Lolita zingarella graziosa e un po’ sgualdrina, ma cara ragazza e molto sfigata.

Il primo è un recluso deforme e leggermente ritardato che vive in cima a una cattedrale e non ha mai visto una gonna in vita sua, quindi la reazione è abbastanza naturale. Non ha la minima chance a meno di non commettere uno stupro e questo gli è piuttosto evidente. Anche lui è un bravo Cristo.

Il secondo è un uomo di chiesa (beh, nella versione Disney ovviamente no) un po’ stronzetto e razzista e ben deciso a fare un falò di zingari. Nemmeno lui ha chance con la squinzia, perché vecchio, brutto, prete e super-omista.

Il terzo è un soldato superficiale e belloccio, che ha tutte le carte in regola per conquistare la fanciulla e difatti non si lascia scappare l’occasione dell’esotico bottino (anche se sotto sotto la pelle scura fa un po’ schifo anche a lui).

Questi tre uomini sentono la primavera tutti contemporaneamente e fanno un tale casino che alla fine la zingarella la mandano al rogo. Chi esplicitamente, chi implicitamente, tutti loro sono coinvolti. Cose che si dovrebbero imparare dalla lettura di questo libro: stare alla larga dai preti, dagli uomini bellocci e possibilmente anche dai gobbi reclusi.

È un finale abbastanza pesante, quello del libro. C’è una bella strage, una vittima innocente e un suicidio. Non si capisce bene per quale motivo la Disney abbia scelto di fare una trasposizione da un testo così tozzo, ma ovviamente ci hanno dovuto mettere del loro per indorare la pillola con un happy ending.

Ecco, l’altro giorno mi è tornato in mente QUELL’happy ending e mi sono venuti i brividi perché è MOLTO PIU’ PESANTE del finale originale, MOLTO PIU’ PESANTE, pensateci. Leggi il resto di questo articolo »


Anne Rice ha fatto un frontale con “Il tempo delle mele”

Il pettinatissimo Vampiro

 

Ridateci i polpettoni come Via Col vento! Potevi stare anche settanta pagine senza uno sguardo malandrino di Rhett  e nel frattempo ti toccava leggere magari la cronaca delle battaglie della guerra civile americana, o tutti i dettagli dei procedimenti per la raccolta del cotone, o diventare una piccola esperta di falegnameria. Con Twilight, invece, tutto è capovolto…

di Sara Boero

 

Ho finito, in un tempo orrendamente più breve del previsto, i libri che contavo di portarmi a spasso quest’estate. L’ultimo era un romanzo per bambini appena uscito di Jacqueline Wilson, una tizia capace di staccare teste ai coniglietti e spacciarlo come un passo formativo, mi è sempre piaciuta. Ho riletto un suo vecchio libro ma, visto che probabilmente era la centesima volta, ci ho messo un’ora. E poi il vuoto. Pochi soldi da spendere da Feltrinelli e poca voglia di spenderli per qualcosa che non sia il solito Lansdale, il solito Bukowski, il solito Fante, eccetera. È il mio solito problema: la totale sfiducia.  Ho frugato tra i libri lasciati a metà nel mio scaffale ma la scelta è rimasta davvero misera. Sono ferma a pagina quaranta dei “Diari della motocicletta” da una decina d’anni perché era davvero, davvero noioso. Attaccarmi ai classici greci in agosto mi sembrerebbe quantomeno ridicolo. E poi va beh, “I ventitre giorni della città di Alba” non me lo dice il cuore.Mentre frugavo ho rinvenuto un pacchetto di Feltrinelli aperto ma richiuso, strano, e ci ho trovato dentro niente di meno che “Twilight”. Ahah. Qualche entusiasta me lo aveva regalato appena uscito e io, a quanto pare, me ne ero sbattuta alla grande, da snobbetta quale sono. Anzi mi ero proprio SCORDATA di averlo, e ho proclamato per anni con orgoglio di non sapere nemmeno di cosa parla, o quasi (i film comunque ve li lascio volentieri).

E allora vai di Twilight. Leggi il resto di questo articolo »


Top Ten

 

 

Classifica italiana dei 10 album più venduti al momento:

1. Arrivederci Mostro, Luciano Ligabue – 2. She Wolf, Shakira – 3. Vasco London Istant Life, Vasco Rossi – 4. Stato libero di Litfiba, Litfiba – 5. Inaspettata, Biagio Antonacci – 6. Semplicemente sei, Gigi D’Alessio – 7. The Fame Monster, Lady Gaga – 8. Symphonicities, Sting – 9. 1999 – 2010 Greatest Hits, Cesare Cremonini – 10. Sempre lontano, Nina Zilli

di Luigi Pesce

Lo dirò, anche se qualcuno punterà l’indice ad accusarmi di snobismo: che sciatteria, che miseria, che tristezza. Lasciando stare la tragica ovvietà del Ligabue e di Shakira ai primi posti, mi addolora constatare che in Italia venda sempre tanto il sempre-grigio Biagio Antonacci che, a 50 anni suonati, canticchia ancora stronzatine come “Mi fai stare bene” o “Inaspettata” (cit. testo “e come mi guardi e come mi cresci e come mi arrivi e come mi hai dato e come sei sempre e come hai capito l’appello era breve, la neve era fresca (…)”  Segue il sempre melodrammatico Gigi D’Alessio, che tra camorra, mozzarelle e tette siliconate, è saldamente ancorato nel golfo di Napoli e da lì chiama il suo esercito di fedeli a raccolta. E si sa che i partenopei sono gente di cuore, pronta a sostenere economicamente uno dei suoi ragazzi, anche se orrendamente stempiato.

Ciò che mi sorprende di più è che, tra gli italiani, non ci sia nessun giovane ad eccezione della Zilli (che però è la fotocopia sbiadita di Amy Winhouse e ci fa tanto sbadigliare). Evidentemente abbiamo i timpani così decrepiti che è inevitabile che siano ostruiti da una diga di cerume. Invece, al valicar delle Alpi, in Francia, al primo posto in classifica c’è una giovane 28enne di nome Zaz che, con Je Veux, ha addirittura incantato i critici de Le Figaro. Canta un po’  alla buona ma con naturalezza, accompagnata da un contrabbasso e da una chitarra: nulla a che vedere con la melassa delle fintissime basi pop così obbligatorie in Italia. Sogno  di vivere in un Paese dove una che canta così possa arrivare ad essere prima in classifica.


E Harold Pinter votò per la Tatcher e sostenne la guerra delle Falkland

Erano entrambi sposati e con figli (lei ne aveva ben 6). Harold Pinter – il più geniale, collerico, testardo e beffardo drammaturgo del ‘900 – e Antonia Fraser, storica di professione, con pochi soldi e molti castelli.

 

di Manera Livia

«No flowers on my grave».

Niente fiori sulla mia tomba, aveva chiesto Harold Pinter alla moglie Antonia Fraser prima di andarsene la vigilia di Natale del 2008, a settantotto anni. E lei, la donna dello scandalo di trentatré anni prima, la bionda, soave e aristocratica madre di sei figli che aveva perso la testa per quell’ uomo passionale e collerico, che beveva troppo e scriveva drammi pieni di violenza e crudeltà, ha reso omaggio alle sue ultime volontà. Non ci sono fiori, oggi, sulla tomba del grande Harold Pinter. C’ è molto di più e di meglio: una lunga, commovente, spiritosa, affascinante lettera d’ amore, intitolata «Must you go?», devi proprio andare? Must you go? My life with Harold Pinter, uscito in questi giorni in Gran Bretagna da Weidenfeld & Nicholson, racconta attraverso i diari di Antonia Fraser la vita di due persone che si sono incontrate quando sembrava ormai che i giochi fossero fatti – quarantadue anni lei e quarantaquattro lui, due matrimoni in corso, sette figli in tutto, e relazioni extraconiugali da entrambe le parti – e loro malgrado si sono innamorati veramente, si sono adorati veramente, hanno vissuto insieme veramente, a dispetto – o forse a causa – di differenze a dir poco stridenti. Lei, nata Lady Antonia Longford, pochi soldi e molti castelli, sposata per vent’ anni a un politico conservatore, profondamente cattolica e romantica («Il problema delle persone romantiche è che tendono a gravitare verso i loro simili, o persone che scelgono di considerare tali. Ragione per cui c’ erano state altre storie d’ amore. Ma mai per un momento avevo preso in considerazione di lasciare mio marito»). Lui, ebreo di famiglia modesta, figlio di un sarto dell’ East End, difficile, collerico, pervicacemente di sinistra, soggetto a crisi di disperazione esistenziale e infedelmente sposato all’ attrice Vivien Merchant, «la cui vulnerabilità gli aveva ispirato un forte sentimento protettivo, prima che altri problemi intervenissero a separarli». Che proprio quest’ uomo che la stampa dipingeva come un tiranno dovesse trovare una felicità così completa accanto a una donna che a letto leggeva la Bibbia, per quanto bella, colta e dolcissima, è ragione di meraviglia. Ma è anche uno dei grandi piaceri che offre la lettura di un libro costruito come un omaggio al vero Pinter, ritratto intimamente con elegante discrezione. Sorprese? Non molte a parte lo scoprire che Pinter abbia votato per Margaret Thatcher nel ‘ 79 e sostenuto la guerra nelle Falkland. La vera sorpresa di Must you go? è come si possa raccontare intimamente un matrimonio senza tradirlo. Intervistando Antonia Fraser in occasione dell’ uscita di una delle biografie di personaggi storici per cui è famosa, un giornalista del «Washington Post» aveva buttato lì: «Solo un’ ultima domanda. Mi sono sempre chiesto come sia avere per casa un uomo come Harold Pinter, con tutte quelle pause e quelle frasi enigmatiche». Lei: «Continui pure a chiederselo». Qui invece racconta: «Vivere con Harold lo scrittore era un’ esperienza gratificante perché si comportava esattamente come gli artisti si comportano nei libri, ma raramente nella vita vera. Scriveva solo quando aveva un’ ispirazione improvvisa, un’ immagine, come spiegava spesso. Quell’ immagine poteva arrivargli in qualunque luogo e in qualunque momento – in un taxi, in un bar, seduto alla propria scrivania a tarda notte mentre guardava dalla finestra la strada punteggiata dalla luce dei lampioni». La prima stesura era immediata. Il lavoro di revisione infinito. «Ci mise un anno a perfezionare una sola poesia». Leggi il resto di questo articolo »


Amélie Nothomb, deliziosa per i vermi

di Gianmaria Patrone

Amélie Nothomb è alta, pallida e vestita interamente di nero. La faccia e tutti i suoi dettagli – naso, occhi, bocca – sono accatastati alla rinfusa in fondo, mentre la parte superiore è occupata da una fronte spaziosa e un po’ più che leggermente convessa, impegnata nel tentativo eroico di mettere un freno a un cervello in continua espansione. Completamente struccata, fatta eccezione per il rossetto – la bocca resta l’unico punto esclamativo in un contesto piuttosto anonimo- i capelli lunghi e l’aria trasandata, Amélie Nothomb1 mi viene incontro in un pomeriggio settembrino, un pomeriggio ancora caldo in cui il vostro stava facendo una salutare passeggiata. Di umore eccellente e in perfetta salute, il vostro non si attendeva di imbattersi in tale fantomatica persona, e rimane così, in posizione di pensoso stallo, mentre la prolifica scrittrice fluttua verso l’entrata di un cinema. Un signore anziano ha intercettato la mia espressione e mi conferma che si tratta proprio della nippo-belga più famosa del mondo, benchè probabilmente l’unica persona che possa fregiarsi del titolo di nippo-belga. “Eh oui, c’est la Nothomb” mi dice l’anziano passante, e accompagna l’espressione con un’enigmatica circonflessione delle folte sopracciglia. Mentre rimango immobile a rimuginare sulle ragioni per le quali non riesco a essere totalmente indifferente all’incontro, la celebre e vagamente ectoplasmatica nippo-belga atterra presso l’entrata del cinema e comincia a discutere con una ragazza più giovane e apparentemente agitata (dalla mia postazione defilata sembra cerchi disperatamente di slogarsi una spalla grazie a una serie di movimenti innaturali di entrambe le braccia) che grida, tanto da essere perfettamente udibile dal sottoscritto, un’ espressione colloquiale francese traducibile, senza troppe ambasce, con un’altra espressione colloquiale italianissima. Amélie Nothomb non sembra reagire, si china impercettibilmente sull’esagitata, sovrastandola di una trentina di centimetri, per nulla scossa dalla raffica di enfatici “Je m’en fout! JE M’EN FOUT”, a lei indirizzata. Nella mia testa si svolge una sorta di presentazione power-point che mi spiega per punti le ragioni del mio stato di ansia: Leggi il resto di questo articolo »


Corrispondenza di un rifiuto redazionale

 

 

 

Lapsus, appunto perché per sua natura preferisce il sussurro tagliente al grido bovaro, non rifiuta il confronto con i suoi lettori e collaboratori. Riportiamo qui di seguito l’animato scambio di mail avvenuto con Annamaria (nome di fantasia) alla quale abbiamo rifiutato la pubblicazione di un suo racconto sul Lapsus n°1.

 

[LAPSUS] Dopo aver preso collegiale visione dello scritto che ci hai mandato, ti comunichiamo che purtroppo non procederemo alla sua pubblicazione. Pur essendo un lavoro di ottima qualità e di fluido stile narrativo, non siamo riusciti a trovargli uno spazio organico all’interno di questo numero della nostra rivista. Con la speranza di non scoraggiarti, ti ringraziamo di tutto cuore e ti invitiamo a ritentare inviandoci nuovo materiale per i prossimi numeri.

Cordiali saluti, La Redazione di Lapsus

[ANNAMARIA] Pregiatissima redazione, credo ci sia un vostro errore. Mi arriva questa vostra email, non è intestata né indirizzata personalmente a me e non ha riferimenti su eventuali miei scritti inviativi. Non mi sembra di conoscere la redazione “eccelapsus”. Non mi risulta inoltre di avere inviato una mia opera alla vostra redazione. Ho i miei spazi e la mia casa editrice presso cui pubblico. Penso ci sia un equivoco: comunque nessun problema. Non accetto, però, il vostro attuale invito di inviarvi ulteriori mie opere. Siete stati voi a cercarmi, il mio tempo è importante e non posso certo sprecarne altro. Quanto alla vostra valutazione collegiale vedetevela tra di voi. Sono consapevole della qualità della mia scrittura e non sono interessata a valutazioni. Non so chi siano i “giudici” e non mi interessa visto che non si firmano, ma si trincerano dietro ad una sussiegosa comunicazione. Non considero molto professionale questa prassi, e non ho bisogno di ulteriore attenzione.

[LAPSUS] Gentilissima Dottoressa (omissis), non ci sembrava di essere stati così scortesi da meritare una risposta tanto battagliera. Le riportiamo in seguito – a testimonianza della nostra buona fede – la conversazione avvenuta a fine gennaio su Facebook con Luigi Pesce, membro della nostra redazione (…) La nostra risposta – che deve averla mortalmente offesa – non voleva assolutamente ledere la sua professionalità di scrittrice affermata. Abbiamo solo effettuato una scelta editoriale – come lei sarà solita fare per la sua casa editrice – e ci siamo firmati come redazione di Lapsus perché la decisione di non pubblicarla è stata collettiva. Porgiamo dunque le nostre scuse e, per nulla interessati né alle sue vicende personali né tanto meno alla sua scrittura, la preghiamo con tutta l’umiltà di cui siamo capaci di dimenticarsi della nostra esistenza. Noi, di lei, ci siamo già dimenticati.

Cordiali saluti.

[ANNAMARIA] @eccelapsus, in seguito alle comunicazioni intercorse comunico, a scanso di ulteriori eventi, che il racconto che avevo inviato a Luigi Pesce è protetto da copyright, è depositato presso Siae ed è di nostra esclusiva proprietà. Pertanto non potrà in nessun caso essere pubblicato né in parte né interamente.

[LAPSUS] Le assicuriamo, gentile Signora, che non era affatto nostra intenzione pubblicarlo. In tutta franchezza, pensavamo non ci fosse bisogno di ripeterlo. Pertanto siamo ben lieti che il suo scritto sia protetto da copyright e che sia stato depositato (osiamo sperare addirittura rinchiuso per sempre) alla Siae. La preghiamo, infine, di smetterla di  contattarci: non gradiamo i suoi toni cattedratici e le sue davvero poco preziose lezioni di correttezza. Se persisterà nella sua noiosissima corrispondenza, saremo costretti a segnalarla presso la Polizia Postale.

La redazione di Lapsus


Platinette: un’icona Pop in un Paese Anti-Pop

 

Nell’ampia palude del trash televisivo,  dove il cerebro si inabissa nel piattume della mediocrità, Platinette è una zattera (battente bandiera rosa) che ha saputo giocare con il mezzo con intelligenza. Senza retorica, senza buonismi, senza falsità se non quella, manifesta, del suo sesso, Platinette usa ed è usata dal mezzo televisivo, dal pachidermico colosso mangia-cervelli orchestrato – con astuzia romana – dal batrace Costanzo e da suo marito, Maria De Filippi. Se vogliamo, quella di Platinette è una parabola triste ma mai volgare. L’Italia, arretrata e bifolca, la identifica in una tradizione goliardica, nello stereotipo dell’omessuale obeso vestito da donna. E ne ride deridendola. L’Italia colta, libertaria solo a parole, persa dietro alle barbose digressioni senili di Eugenio Scalfari, arriccia il naso e non riesce a vedere che la sua è una maschera tragica, pasoliniana e allo stesso tempo ludica, con un tocco decisamente glamour alla Warhol.  Lapsus scopre di volerle bene.

 

Video: Platinette parla dell\’omofobia


Basta con la retorica dei valori: rivogliamo Claudia Koll, nuda.

di Massimiliano Parente

Tu non hai valori, mi sento recriminare spesso, e anche su Facebook, dopo il mio intervento sul Giornale contro la retorica del rispetto, mi hanno subissato di proteste in nome dei valori. Perché sì, un’altra persecuzione bella e buona e terribile è il discorso sui valori, e non riferito ai valori della borsa, ai valori monetari, al valore di un quadro, al valore di una casa, i quali almeno hanno una loro concretezza materiale, piuttosto il discorso sui valori in generale, fine a se stesso e alla presunta bontà di chi ci si appella. Viceversa, per paradosso, il valore dei soldi non è un valore bensì un disvalore, dove i soldi non fanno la felicità, sarà, però tutti a lamentarsi della crisi economica e in fila a comprarsi l’ultimo Iphone, senza il quale nemmeno io potrei vivere ma non è che mi metto a predicare il valore dell’Iphone, lo compro e basta. Leggi il resto di questo articolo »